home  | mail                                                                                                                        Anno III, Luglio 2008

 

CORTE DI APPELLO DI CATANIA; Sezione Famiglia; decreto 9 giugno 2008; Pres. SPANTO; Est. MAGNAVITA. Riforma Trib. Siracusa 17 aprile 2005.

 

Separazione personale – Modifica delle condizioni – Affidamento condiviso – Circostanze ostative – Forte tensione nel rapporto tra padre e figlio – Esclusione – Intervento del Consultorio Familiare – Necessità (Cod. civ., art. 155).

 

«La forte tensione registrata nel rapporto tra padre e figlio, profondamente incrinato da un consistente periodo di silenzio e di assenza di contatti, non costituisce ragione ostativa all’applicazione dell’affidamento condiviso. In questi casi, appare opportuno l’intervento del Consultorio Familiare territorialmente competente, con trattamento e mediazione coinvolgente la coppia genitoriale ed il minore, al fine di riaffermare la diversità e la dignità dei ruoli spettanti a ciascuno dei genitori, a renderne cosciente il figlio ed a recuperare una sana ed equilibrata relazione tra e con essi» (massima affidamentocondiviso.it) (1)

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(1) Secondo la recente pronuncia della Cass. 18 giugno 2008, n. 16593, in questa Rivista, «alla regola dell’affidamento condiviso può infatti derogarsi solo ove la sua applicazione risulti “pregiudizievole per l’interesse del minore”»; i giudici di legittimità hanno specificato, inoltre, che, per disporre l'affidamento esclusivo, è necessario dimostrare una condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa in capo ad uno dei genitori, o, comunque, tale da rendere l’affidamento condiviso in concreto pregiudizievole per il minore (ad es., nel caso di anomala condizione di vita del genitore ovvero di suo insanabile contrasto con i figli).

Anticipando il principio di diritto affermato dalla S.C., la Corte d’appello di Catania ha ritenuto che la forte tensione registrata nel rapporto tra padre e figlio (di quasi 14 anni), profondamente incrinato da un consistente periodo di silenzio e di assenza di contatti, nonché il rifiuto del ragazzo nei confronti del genitore non abitualmente convivente, non costituissero concrete circostanze ostative all’applicazione dell’affidamento condiviso.

Ciò anche in considerazione del fatto che il rifiuto manifestato dal figlio nei confronti del padre sembrerebbe l’effetto di un biasimevole coinvolgimento, da parte della madre, nel conflitto esistente tra i genitori («il risentimento verso il genitore affiorato dalle parole di G. che, nonostante la giovanissima età, non è stato adeguatamente protetto tanto da risultare a diretta conoscenza di ogni scritto del presente giudizio e da contestare punto per punto le affermazioni difensive del genitore a sostegno delle ragioni materne»).

Sul rischio di una strumentalizzazione del figlio da parte del genitore affidatario (o collocatario), si veda, in dottrina, G. Manera, Brevi spunti sulla nozione di "elusione" dell'esecuzione del provvedimento del giudice di cui all'art. 388, comma 2, c.p., nota a Cass. pen. 9 marzo 2000, in Dir. famiglia, 2001, 118, secondo cui: «il rifiuto del minore di vedere l'altro genitore può essere ed è l'effetto di una lenta, sottile e più o meno abile e costante opera di denigrazione della figura o immagine dell'altro genitore da parte di quello affidatario».

In senso contrario a quanto statuito dalla pronuncia in esame si veda Trib. Reggio Calabria 28 marzo 2008, in www.famigliaegiustizia.it, che, a seguito dell’accertamento del netto rifiuto del figlio di incontrare il padre (anche in forma protetta), ha disposto l'affidamento esclusivo del minore alla madre, prevedendo, tuttavia, un sostegno psicologico per il figlio, attraverso i locali Servizi sociali, finalizzato al graduale recupero della figura genitoriale paterna.

Sotto questo profilo deve notarsi che, secondo la Corte territoriale di Catania, l'intervento del Consultorio Familiare avrebbe dovuto riportare il figlio ad una giusta distanza dal conflitto che «riguarda e deve coinvolgere i soli adulti», ed inoltre sostenere il minore nel rapporto di fratria con il figlio di secondo letto del padre (del quale negava, allo stato, ogni valenza), e nel rapporto con gli ascendenti.

 

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