home  | mail                                                                                                                        Anno IX, aprile 2014

 

CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO; SEZIONE SECONDA; sentenza 17 dicembre 2013; Pres. KARAKAS. N.S. c. ITALIA.

 

Diritto al rispetto della vita privata e familiare - Cessazione della convivenza tra genitori non coniugati - Diritto di frequentazione del figlio minore da parte del genitore non convivente - Comportamento ostacolante dell'altro genitore - Obbligazioni positive dello Stato - Adozione di ogni misura necessaria per mantenere il legame tra il genitore non convivente ed il figlio - Ordini ai genitori di collaborare e di eseguire le decisioni - Misure automatiche e stereotipate - Inadeguatezza dell'impegno delle autorità nazionali  (CEDU, art. 8).

 

    «Viola gli obblighi positivi derivanti dall'art. 8 della Convenzione l'autorità giudiziaria italiana che, a fronte dell'impossibilità del genitore non convivente di esercitare il suo diritto di frequentazione del figlio a causa della condotta ostacolante dell'altro genitore, si sia limitata ad adottare misure automatiche e stereotipate (quali gli ordini alle parti di collaborare e di eseguire le loro decisioni), non ponendo in essere una reazione rapida a tale situazione, tenuto conto del fatto che il decorso del tempo può avere effetti negativi sulla possibilità di riallacciare una relazione tra genitore e figlio. Ne consegue che, pur in presenza di tensioni fra i genitori del minore e di una mancanza di collaborazione tra gli stessi, l'autorità italiana, tenendo conto del superiore interesse del minore, ha il dovere di adottare misure concrete al fine di ristabilire il legame familiare tra genitore non convivente e figlio (ed indurre gli interessati ad una migliore collaborazione), anche facendo ricorso a misure coercitive, stante il comportamento manifestamente illegale del genitore convivente» (massima affidamentocondiviso.it) (1)

 

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  (1) In applicazione del riferito principio di diritto, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, con la pronuncia in rassegna (pubblicata in Corriere giur., 2014, 3, 422, con nota di Mascia), ha condannato l'Italia per aver omesso di profondere un impegno adeguato e sufficiente a far rispettare il diritto di frequentazione del genitore non convivente (nella specie, il padre), violando, così, il suo diritto al rispetto della vita familiare garantito dall'art. 8 della Convenzione.

   Nella specie, a seguito della separazione di una coppia non coniugata, la madre tornava a vivere con il figlio minore (all'epoca di cinque anni) presso i suoi genitori (in una città distante oltre cento chilometri da quella ove era ubicata la casa familiare), mentre il padre, sin da subito, veniva ostacolato nell'esercizio del suo diritto di frequentare il figlio.

   Nonostante numerosi provvedimenti emessi dal tribunale per i minorenni (tra cui l'affidamento del minore ai Servizi Sociali, con collocamento presso la madre; la nomina di un curatore speciale; la predisposizione di un sostegno psicologico e di un percorso terapeutico per il minore; una perizia psicologica sul minore), molti dei quali rimasti ineseguiti per l'atteggiamento della madre, l'evoluzione del rapporto tra padre e figlio subiva un progressivo peggioramento, fino al punto che il minore si rifiutava di vedere il genitore e viveva una situazione di stress in occasione degli incontri con il padre, mentre quest'ultimo, preso atto di ciò, decideva di rinunciare a detti incontri ed assumeva un atteggiamento di disinteresse.

   La Corte Europea ha rilevato che il tribunale per i minorenni, pur trovandosi di fronte ad una situazione molto difficile (dovuta, principalmente, alla tensione esistente fra i genitori), non aveva fatto tutto ciò che ci si poteva ragionevolmente attendere da esso per facilitare il diritto di frequentazione del padre, dal momento che si era limitato ad adottare misure automatiche e stereotipate (quali gli ordini ai genitori di collaborare e di eseguire le sue decisioni), venendo meno al suo dovere di adottare misure concrete (anche coercitive nei confronti della madre), al fine di indurre gli interessati ad una migliore collaborazione e consistenti, nella specie, nel garantire un sostegno psicologico al minore in vista di un percorso di riavvicinamento al padre.

  Appare opportuno evidenziare che la Corte Europea, con la citata pronuncia, ha ribadito la fondamentale importanza di attuare rapidamente le decisioni relative all'affidamento dei figli, sul rilievo che «il decorso del tempo può avere conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il minore ed il genitore non convivente» (mentre, in altra parte della decisione, è stato affermato che «l'adeguatezza di una misura è stata valutata sulla base della rapidità della sua attuazione»); viceversa, nel caso concreto, l'autorità giudiziaria italiana aveva lasciato che si consolidasse una situazione di fatto, peraltro generata dall''inosservanza delle decisioni giudiziarie, con la conseguenza che il semplice decorso del tempo aveva influito negativamente sulla relazione tra il genitore non convivente ed il figlio.

  Volendo applicare tali principi di diritto alla prassi quotidiana, occorre domandarsi quali misure concrete potrebbe adottare il giudice della separazione o del divorzio, ai sensi dell'art. 337-ter cod. civ., per attuare i provvedimenti relativi all'affidamento della prole.

   Anzitutto, giova rilevare che il genitore non convivente, nell'ipotesi in cui non riesca ad incontrare il figlio per un diniego opposto dall'altro genitore, non dovrebbe mai chiedere l'intervento delle Forze dell'Ordine, perchè ciò avrebbe ripercussioni negative sulla psicologia del minore (trovandosi in casa i carabinieri, che tentano di riportare alla ragione i genitori), il quale comincerebbe «a perdere fiducia nella credibilità dei genitori e nel loro amore verso di lui» (Seminara, La patologia nel conflitto genitoriale: accertamenti e soluzioni, relazione tenuta all'incontro di studio tenutosi a Catania in data 31 maggio 2012, inedita).

   Ne consegue che l'effettività della giurisdizione in tema di affidamento dei figli non può che essere garantita dalla necessaria collaborazione della persona obbligata, perchè il minore non può essere equiparato ad un oggetto, ma deve essere apprezzato nella sua dimensione umana, favorendo, quindi, il suo inserimento nella nuova situazione tracciata dall'intervento del giudice (Cass. pen. 31 luglio 2009, n. 31783, inedita).

   Ciò posto, la Corte di Cassazione ha affermato che il legislatore del 2006, con l'introduzione dell'art. 709-ter cod. proc. civ. è intervenuto «facendosi carico del problema dell'attuazione coattiva dei provvedimenti di affidamento dei minori a contenuto non patrimoniale» (Cass. 3 aprile 2007, n. 8362, in Foro it., 2007, I, 2049, con nota di Casaburi), prevedendo «un vero e proprio sistema progressivo di misure coercitive indirette, volte ad assicurare il rispetto di tutti i provvedimenti in senso lato di affidamento» (Trib. Messina 17 novembre 2009, inedita).

   Lo strumento di coercizione indiretta previsto dall’art. 709-ter cod. proc. civ. ha lo scopo di indurre il genitore all’attuazione dei provvedimenti del giudice in tema di affidamento mediante la previsione, in caso di suo inadempimento, dell’irrogazione di misure coercitive (quali l'ammonimento, la sanzione amministrativa e la condanna al risarcimento dei danni), nonché, anche congiuntamente all'adozione di tali misure, mediante la modifica dei provvedimenti in vigore (ad esempio, modificando il collocamento prevalente del figlio da un genitore all’altro); peraltro, quest'ultima possibilità è espressamente prevista nell’art. 337-ter, 3 comma, cod. civ., che ha tipizzato uno dei provvedimenti che il giudice potrebbe assumere a seguito della mancata attuazione delle condizioni di affidamento del figlio.

   Alla luce del valore ormai acquisito dalle pronunce EDU nel nostro ordinamento e all'incidenza delle stesse sulla interpretazione del diritto nazionale (come affermato, da ultimo, da Cass., sez. un., 12 marzo 2014, n. 5700, inedita), la soluzione della questione interpretativa relativa alla possibilità di condannare uno dei genitori al risarcimento dei danni, ex art. 709-ter, comma 2, cod. proc. civ., anche in pendenza del giudizio di separazione o divorzio (e non già solo con la pronuncia della sentenza conclusiva del giudizio), non dovrebbe prescindere dai principi affermati dalla sentenza CEDU in rassegna, in base ai quali l'adeguatezza di una misura coercitiva va valutata in base alla rapidità della sua attuazione.

   Ne consegue che la misura coercitiva della condanna al risarcimento dei danni nei confronti del genitore convivente che ostacola la frequentazione del figlio con l'altro genitore dovrebbe considerarsi del tutto inadeguata laddove venisse pronunciata solo a conclusione del giudizio di separazione o divorzio, considerato che il decorso del tempo prima dell'adozione di tale misura potrebbe avere irrimediabilmente compromesso la relazione tra il minore ed il genitore non convivente.   

   Con riferimento ad una fattispecie identica alla presente, si veda CEDU sentenza 29 gennaio 2013, in Foro it., 2013, 349, con nota di Sergio, Tutela effettiva dei diritti relazionali e rispetto della vita familiare, secondo cui: «il giudice non può delegare sine die al servizio l'attuazione della decisione, ma dovrà stabilire un termine congruo compatibile con l'attuazione tempestiva ed effettiva del provvedimento anche attraverso la pronuncia di misure coercitive. Solo in questo modo le autorità nazionali adempiranno all'obbligo positivo scaturente dall'art. 8 della convenzione, dimostrando di avere adottato tutte le misure che si possono ragionevolmente esigere da loro» [C. PADALINO].

  

  

 

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