home  | mail                                                                                                                        Anno IX, Febbraio 2015

 

CORTE DI CASSAZIONE; sezione prima civile; sentenza 4 aprile 2014 n. 7984; Pres. LUCCIOLI; Est. MERCOLINO. P.M. (CAPASSO). Cassa App. Roma 26 gennaio 2011 n. 289.

Cessazione degli effetti civili del matrimonio – Assegno divorzile – Capacità economica del coniuge onerato – Accertamento – Titolarità di beni patrimoniali ed attività finanziarie – Rilevanza (Cod. civ., art. 115; legge 1° dicembre 1970, n. 898, art. 5).

 

«In tema di assegno divorzile, il giudice, nell’accertamento della capacità economica del coniuge onerato, non può limitarsi a prendere in considerazione solo gli introiti collegati allo svolgimento di attività lavorativa o imprenditoriale (ovvero quelli derivanti dal godimento di trattamenti pensionistici o assistenziali), ma deve estendere la propria indagine all’eventuale titolarità di beni patrimoniali ed attività finanziarie, la cui disponibilità assume rilievo non solo sotto il profilo statico, per l’immobilizzazione di capitali che tali forme d’investimento comportano, ma, anche, sotto il profilo dinamico, per le potenzialità economiche di cui costituiscono indice l’acquisto e la vendita, oltre che per il godimento di redditi diversi da quelli retributivi o pensionistici testimoniati dal loro possesso» (massima affidamentocondiviso.it) (1)

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(1) Nella specie, la Suprema Corte, in applicazione del riferito principio di diritto, ha cassato la sentenza di merito che aveva ingiustificatamente limitato la comparazione economica dei coniugi all’analisi delle rispettive situazioni occupazionali e reddituali, ritenute sostanzialmente equivalenti in ragione del mancato svolgimento di attività lavorativa da parte di entrambi e dell’uguaglianza dei rispettivi trattamenti pensionistici, senza valutare la titolarità di ben cinque immobili in capo al marito, alcuni dei quali oggetto di vendita.

Secondo la pronuncia impugnata, la mancata valutazione di tali circostanze di fatto: «si traduce in un apprezzamento sostanzialmente riduttivo della capacità economica dell’obbligato», considerato che trattasi di elementi potenzialmente indicativi della disponibilità di più ampi mezzi economici e della titolarità di ulteriori fonti di reddito.

Nello stesso senso, si veda Cass. 6 maggio 2014, n. 9659, est. Dogliotti, secondo cui in tema di assegno divorzile, sussiste una disparità di posizioni economiche tra i coniugi nell’ipotesi in cui, a fronte di una lieve disparità economica a danno della moglie in ordine ai redditi da pensione di entrambi i coniugi, il marito sia proprietario di numerosi beni immobili (indipendentemente dall’origine e dalla provenienza di alcuni di tali beni: acquisto verso corrispettivo da terzi ovvero oggetto di accordo in sede di separazione), non rivestendo alcuna rilevanza l’eventuale scarsità di reddito derivante da tali beni, perché il coniuge onerato potrebbe alienare una parte del suo patrimonio immobiliare per ottemperare ai suoi obblighi nei confronti dell’altro coniuge.

In tema di separazione personale dei coniugi, la Suprema Corte ha affermato che, al fine della quantificazione dell’assegno di mantenimento a favore del coniuge al quale non sia addebitabile la separazione, il giudice è tenuto a considerare tutte le risorse economiche dell’onerato (incluse le disponibilità monetarie e gli investimenti in titoli obbligazionari ed azionari ed in beni mobili), avuto riguardo a tutte le potenzialità derivanti dalla titolarità del patrimonio in termini di redditività e capacità di spesa (Cass. 8 gennaio 2014, n. 130, est. San Giorgio. Nella specie, il giudice del merito aveva correttamente valutato come componenti del patrimonio personale del marito le riserve disponibili – prive, cioè, di destinazione a scopi sociali e di statuto – detenute dalle due società di cui lo stesso era socio di maggioranza, ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie, pari ad €. 3.000,00 mensili, considerando tali riserve come parte della capacità reddituale del marito, superiori ad €. 400.000,00 l’anno. Viceversa, la moglie aveva un modesto reddito, costituito quasi esclusivamente dalla pensione di €. 900,00 mensili, pur beneficiando, per intero, del godimento dell’abitazione coniugale, di cui era proprietaria solo per il venticinque per cento).

 

 

 

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