home  | mail                                                                                                                        Anno II, Gennaio  2007

 

Sull’ascolto del minore [1]

  L’ascolto del minore è una delle questioni emergenti in tema di procedure volte alla tutela dei diritti della persona nelle relazioni familiari non soltanto per quel che attiene all’individuazione, interpretazione ed applicazione delle norme che se ne occupano, ma, anche, per le riflessioni che sollecita riguardo alla struttura e alle finalità dell’iter giudiziario adottato.

  Sul punto, una mia personale riflessione è scaturita da un articolo comparso diversi anni or sono nella rivista La difesa sociale del minore (ott. 1995) scritto da un cultore dell’infanzia, Tonucci, intitolato la città dei bambini e sotto titolato, un modo nuovo per pensare la città assumendo il bambino come parametro, ove veniva formulata l’ipotesi che la città adatta ai bambini non era tanto quella ove fossero realizzati servizi per l’infanzia – comunque doverosi per le P.A. – ma quella edificata attraverso un’ottica nuova, una filosofia nuova nel valutare, programmare, progettare e modificare la città, presumendo che se la città sarà adatta ai bambini, sarà adatta per tutti.

  Questo perché i cambiamenti più profondi, le modifiche sostanziali, le vere e proprie rivoluzioni passano attraverso un movimento culturale, un’opera di pensiero e di riflessione che, poi, muove i comportamenti ed ispira la  codificazione.

  Una operazione culturale analoga a quella esposta per la città dei bambini è quella che dovrebbe sottendere anche all’ingresso del bambino nelle procedure giudiziarie dando avvio ad un iter in cui il bambino diventi il parametro non soltanto del giudizio finale ma anche delle stesse relazioni e rapporti processuali, del rispetto delle regole necessarie durante il processo per conoscere i fatti, le persone, le relazioni tra le persone.

  Ed bambino diviene il parametro di tale relazione in quanto personaper definizione“ e nient’altro, e cioè portatore unicamente dei diritti e bisogni dell’essere umano, che deve, peraltro, ancora sviluppare la sua personalità, e libero da ogni altro scopo o interesse, libero da un  passato, da un vissuto di adulto e libero da ripicche, vendette, tornaconti,  ma proiettato verso un’unica direzione: il futuro.

  Il ricorso ad un tale parametro comporta, anzitutto, la necessità di ripercorrere la normativa di riferimento e, poi, di esaminare l’esperienza e le situazioni che in concreto la giustizia minorile si trova ad affrontare.

  Le norme sull’ascolto fanno riferimento anzitutto alle Convenzioni internazionali.

  La Convenzione sui diritti dell’infanzia del 20-11-1989, che ha riconosciuto direttamente al fanciullo numerosi diritti chiedendo agli Stati di promuoverli e garantirli come tali, ha anche previsto, all’art. 3, comma 1, che : “ in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo dev’essere una considerazione preminente, con la conseguenza che nell’ambito del giudizio gli interessi del fanciullo sono espressamente dichiarati ad un livello superiore agli altri in conflitto e all’art. 12, comma 2, ha poi previsto che al fanciullo deve essere data la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne sia direttamente sia tramite un rappresentante o un organo appropriato".

  Così quando il 25 gennaio del 1996 venne proposta a Strasburgo la firma per la Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli con adesione da parte dello Stato italiano e la ratifica con la legge n. 77 del 20-3-2003 sostanzialmente è stato avviato un impegno anche di tipo culturale volto ad una diversa concezione dell’iter giudiziario perché diretto alla concessione al fanciullo di uno spazio nelle procedure che lo riguardano volto a consentirgli di esprimere un’opinione dopo aver ricevuto le dovute informazioni, anche con l’ausilio di un’assistenza specializzata, nell’ambito di una procedura tendente alla risoluzione dei conflitti, tendente all’accordo e alla mediazione proprio perché si tratta di conflitti tra le persone per questioni personali e tra appartenenti alla stessa famiglia per questioni familiari e non tendente ad una decisione giudiziaria dove c’è un vincitore e soccombente,  ritenendosi che quando si tratta di controversie tra persone non si può aspirare alla condanna perché la perdita di uno sarà sempre perdita anche dell’altro.

 La caratteristica della procedura in oggetto, invero, è quella di tendere al contemperamento di quelle posizioni considerate di diritto soggettivo (il diritto dei genitori all’affidamento ... del figlio, il diritto del figlio ad una valida famiglia ...) con la tutela di interessi generali o di diritti soggettivi la cui titolarità spetta a soggetti diversi dalle parti contendenti (il diritto soggettivo del figlio al mantenimento di rapporti equilibrati e continuativi con entrambi genitori, il diritto soggettivo del figlio ad essere educato, cresciuto ed amato da genitori capaci ed in grado di escludere pregiudizi a suo danno e l’interesse della collettività alla adeguata assistenza pisco fisica del minore quale futuro componente della  società civile  ...).

  La decisione, pertanto, non potrà privilegiare una delle posizioni soggettive sull’altra che per le ragioni sopra dette sono comunque posizioni “affievolite" dal diritto del figlio, o dall’interesse generale, ed in ogni caso ha come contenuto la modulazione del potere-dovere genitoriale di ciascuna delle parti e, di conseguenza, inevitabilmente  produrrà una restrizione di ognuna delle asserite posizioni di diritto.

  La portata culturale della Convenzione di  New York prima e quella di Strasburgo, poi, è quella, a mio modo di vedere, di aver avviato una mentalità o atteggiamento giudiziario in cui le ragioni dei bambini vengono anteposte o  trattate con più scrupolo o, come dice la Convenzione ONU, vengano considerate ad un livello superiore  rispetto a quelle degli adulti, spesso espresse in modo assoluto o totalizzante, allo scopo di realizzare l’interesse primario del bambino alla serenità e alla stabilità, all’equilibrio dei rapporti affettivi con entrambi i genitori, interesse primario al suo bisogno di un armonico sviluppo psico-fisico ed al rispetto della propria personalità individuale.

  E come non potrebbe tale interesse non considerarsi superiore a quello di ogni altro.

  Viene dunque riconosciuto il diritto del minore, esclusi i casi di emancipazione con il riconoscimento della capacità di agire ai 16 anni (v. materia matrimoniale artt 84-90-165, la filiazione naturale art. 244, u.c., 250-252, 2° comma , 264 273-284 c.c., art. 11, 3° comma, della legge 184, l’intervento nelle controversie familiari, art 145 c.c., scelta del tutore e intervento nella formazione dell’inventario, art. 348, 3° comma, 363 c.c. , la donazione artt. 774 c.c., diritto d’autore est. etc.) o anche di età inferiore (v. leggi speciali sul lavoro dei fanciulli, minore abilitato all’esercizio dei diritti e delle azioni che dipendono dal contratto di lavoro) a partecipare e a farsi rappresentare ad essere ascoltato nelle procedure autonomamente rispetto all’adulto anche se quest’adulto è il proprio genitore e come tale esercente la potestà e, come tale, anche suo rappresentante legale, e non fa riferimento soltanto al minore che per legge in diverse disposizioni viene chiamato ad esprimere il proprio parere o addirittura il consenso (v. art. 316 , 5° comma, sentito se + 14 .371 c.c., + 10 anni  art. 79 c.p.c , 321 c.c. 322 e 323 c.c. che conferiscono al figlio il potere di agire per l’annullamento degli atti compiuti dai genitori senza l’osservanza di norme in violazione dei divieti posti a tutela del minorenne … per l’affidamento familiare consenso all’adozione  e v. art. 12 interruzione volontaria di gravidanza, sentita la donna,  v. anche art. 13 della Convenzione sugli aspetti civili della sottrazione di un minore a carattere internazionale, e art. 7 della legge 1994 n. 94 che  ha ratificato “ se ha raggiunto un’età e una maturità tali per cui si ritiene opportuno tenere conto di questa opinione …) ma a tutti i minori anche quelli che non possono esprimersi per l’età, incapacità o difficoltà alla comunicazione ed anche per quelli che non hanno l’apparente capacità di discernimento .

  Una importantissima sentenza della Corte Costituzionale la n. 1/02 rigettando la questione di incostituzionalità della mancata previsione dell’ascolto del minore nei procedimenti di volontaria giurisdizione regolati dall’art. 336 c.c. ha affermato che l’ascolto del minore è stato reso obbligatorio in via generale dalla prescrizione dell’art. 12 della Convenzione del 1989 entrata a far parte del nostro ordinamento.

  Il diritto del bambino all’ascolto risponde all’esigenza di garantire allo stesso uno dei suoi bisogni fondamentali, come le scienze psicologiche hanno accertato.

  L’ascolto è, invero, un bisogno del bambino soprattutto nelle relazioni familiari perché è uno dei mezzi per soddisfare e realizzare il bisogno fondamentale di attaccamento e di relazione del bambino piccolo, il bisogno di ricercare e trovare una base sicura e riconoscere nelle figure che si occupano di lui rassicurazione attenzione, ha necessita di essere “guardato, “badatofisicamente ed emotivamente, è fondamentale per lui ricevere e trasmettere informazioni, ascoltare ed essere sentito, perché egli nasce e cresce nella relazione.

  La necessità dell’ascolto del bambino non si ferma all’ambito familiare  e prosegue nella dimensione scolastica, che è un altro dei contesti privilegiati per il suo ascolto, e purtroppo o per fortuna, può proseguire anche in un contesto giudiziario.

  In materia di famiglia le leggi italiane che hanno cercato di recepire il concetto di ascolto introdotto dalla Convenzioni sopra richiamate ed in quella dell’Aja sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale del 29 maggio 1993 sono quelle che hanno modificato la materia dell’adozione   internazionale e nazionale rispettivamente con la legge  n. 476/1998 e n. 149 /2001, nonché la recente legge n. 54 del 2006 che ha riformato l’art. 155 c.c. atteso che tali leggi contengono molte disposizioni relative all’ascolto di figure adulte (genitori biologici, adottanti, affidatari ..), ma soprattutto sanciscono alcuni principi fondamentali in materia di ascolto del bambino.

  In precedenza, invero, quando nel 1987 è stato novellato il procedimento di divorzio (legge n. 74 del 1987 che ha modificato la legge n. 898 del 1970) era stato previsto che i figli minori venissero sentiti “qualora  fosse stato strettamente necessario anche in considerazione della loro età.

  Nella procedura di adozione, invece, già la Convenzione de l’Aja sulla protezione dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale del 29-5-1993 art. 4, lett. d), ha dato un concreto contributo al concetto di ascolto e alle sperimentazione dell’ascolto del bambino prevedendo che nello Stato di origine il minore da adottare, tenuto conto dell’età e maturità deve assistito mediante una consulenza e essere stato debitamente informato delle conseguenze dell’adozione e che i suoi desideri ed opinioni devono essere presi in considerazione.

  All’art. 5 della legge 5 aprile 2001 n. 154  trasfuso ad opera della citata l. n. 149 del 2001 ( art. 37 ) nel testo degli artt. 330 e 333 del codice civile prevede che gli ordini di protezione contro gli abusi familiari possono essere chiesti personalmente dal componente del nucleo familiare in danno del quale è tenuta la condotta pregiudizievole e quindi anche dal minorenne.

  La legge n. 184 del 1983, come novellata nel 2001, ha in sostanza allargato l’area dell’ascolto recependo i principi elaborati in una sentenza della Cass. del 1997 la n. 6899 ove è stata affermata “l’esigenza di ascoltare il minore, nella duplice previsione, facoltativa per i minori infradodicenni, obbligatoria per gli ultradodicenni ... atteso che i provvedimenti nell’interesse dei minori non vanno stabiliti a priori sulla base di un criterio generico di adeguatezza, ma vanno rapportati alle reali esigenze delle fattispecie e non possono non emergere soprattutto da un colloquio diretto con il soggetto interessato, ed ha attribuito al giudice la facoltà di individuare le modalità di ascolto più appropriate senza lesione del diritto del contraddittorio avendo rilevo anche in questo caso l’interesse superiore del minore.

  Da ultimo l’art. 155 sexies c.c. introdotto dalla citata legge n. 54 prevede, invece, l’ascolto del minore come uno degli adempimenti del giudice che “dispone l’audizione del figlio minore che abbia compiuto i dodici anni e anche di età inferiore ove capace di discernimento”, previsione estensibile anche ai figli naturali di coppie non coniugate vista la previsione dell’art. 4 della legge n. 54.

  Dalle norme sopra richiamate possiamo dire che al momento attuale l’ascolto del minore nelle procedure giudiziarie che lo coinvolgono è sottoposto alle seguenti regole:

  l’ ascolto è obbligatorio se il minore ha più di 12 anni, se ha meno di 12 anni, l’ascolto è  facoltativo, tenuto conto delle sue capacità di discernimento. Poi vedremo le modalità.

  sono stati introdotti nuovi obblighi di ascolto: a) il G.T. sente il minore alla scadenza dell’affidamento etero-familiare per riferire al T.M.; b) durante l’affidamento preadottivo il Giudice sente il minore in caso di accertate difficoltà (senza tenere conto della capacità di discernimento – art. 22, comma 8); c) in caso di separazione o interruzione della convivenza tra i genitori il giudice chiamato a decidere sull’affidamento e le presenze di ciascuno dei genitori ascolta il minore (art. 155 c.c.).

  non vi è più il limite “salvo che l’audizione non comporti pregiudizio per il minore” contenuta nell’art. 7, 3° comma, della legge n. 184 del 1983.

 Queste disposizioni hanno ancora più rilievo ove si consideri che secondo le Conv. Internazionali sopra citate il giudice ha l’obbligo di prendere debitamente in considerazione nel momento della decisione le opinioni espresse dal bambino nell’ascolto e, di conseguenza, di esporre anche tale considerazione nella relativa motivazione del provvedimento con conseguente  possibilità di difetto ricorribile in Cassazione.

 La persona del minore così è presente nel procedimento ed acquista consapevolezza dei progetti familiari che lo riguardano.

  Sotto il profilo giuridico e processuale non può dirsi in sostanza che l’ascolto del minore costituisca un mezzo di prova, uno strumento di auto difesa dello stesso, ma è unicamente espressione del diritto del minore a partecipare alla sua tutela, quale parte formale e quale titolare di un diritto ad essere ascoltato in modo qualitativamente adeguato.

  Dalle citate Convenzioni e dai principi appena esposti, invero, scaturiscono diritti alla partecipazione processuale, quale parte del processo, ma in realtà quale persona destinataria di pregiudizi connessi alla conflittualità o disfunzionalità familiare per tutti i minori e non soltanto per quelli che abbiano capacità di discernimento, atteso che il diritto del minore ad essere ascoltato è strettamente connesso alla capacità dell’adulto di saper ascoltare e di acquisire sensibilità e competenza nella lettura ed interpretazione dei bisogni e delle aspettative dei bambini,  individuando la scelta che possa alleviare le tensioni, recuperare i rapporti, approntare le dovute forme di tutela e salvaguardia.

  Il minore ascoltato è il minore “sentito” “percepito” nel suo bisogno profondo, nelle sue paure più nascoste, nella disperazione delle lacerazioni, nella solitudine, nell’abbandono, nella ricerca delle sue relazioni significative.

  L’ascolto del minore in quanto tale non è, quindi,  subordinato alla  sua capacità di discernimento come riduttivamente richiesto dall’art. 3 della Convenzione di Strasburgo rispetto al corrispondente art. 12 della Convenzione di New York del 1989, in quanto la prima norma esclude dal godimento dei diritti (quali l’ascolto, l’informazione ... la nomina di un curatore speciale in conflitto di interessi coi genitori) i minori che non abbiano una sufficiente capacità di discernimento e rimanda al diritto interno il compito di fissare i criteri a partire dai quali il discernimento è considerato sufficiente con conseguente variabilità e relatività dei criteri stessi e quindi inopportuna discrezionalità.

  E’ necessario, quindi, a mio modo, operare le dovute distinzioni tra ascolto, capacità di discernimento, capacità di esprimere una opinione, perché da tale diversificazione discende l’ulteriore distinzione tra diritto di essere ascoltato e diritto di partecipare al processo.

  Il primo, invero, riguarda il diritto del minore di veder riconosciuti i  propri bisogni ed il corrispondente dovere dell’adulto di apprendere dal bambino per superare il mero atteggiamento protettivo verso di lui e consideralo invece titolare di diritti soggettivi qualificati, mentre il secondo attiene al suo diritto di partecipare e di essere rappresentato nel procedimento ove si conoscono le sue relazioni familiari con la possibilità di formulare richieste ed approntare una difesa contrapposta ed autonoma a quella dei genitori.

  Quest’ultimo aspetto introduce il tema del difensore del minore. 

  L’ascolto quale comprensione dei bisogni del bambino non è facile.

  Tante volte mi sono chiesta quali potevano essere i veri pensieri del bambino che avevo davanti, quali le richieste effettive del bambino descritto nelle relazioni degli specialisti, quali le sue sensazioni di fronte ai comportamenti degli adulti che gli vivono accanto o improvvisamente compaiono o scompaiono nella sua vita.

 Affermare il riconoscimento del diritto non basta, occorre acquisire le modalità appropriate dell’ascolto proprio per non vanificare il diritto stesso.

  In sede penale alcune disposizioni hanno prestato attenzione alle modalità di ascolto del bambino interrogato in sede giudiziaria, sono state ad esempio introdotte varie norme relative all’ascolto assistito del minore imputato nel processo penale minorile (art. 12 dispos. proc. pen. ) e del minore testimone nel processo penale ordinario o minorile (art. 498 comma 4 c.p.p. ) e sull’ascolto del minore parte lesa dei reati sessuali (art. 609 decies, commi 2 e 3 c.p .) per il quale è obbligatorio l’incidente probatorio.

  Nelle procedure che riguardano decisioni che ricadono sullo stesso minore non si tratta di ascoltarlo o interrogarlo su fatti, ma di conoscere e sentire le sue opinioni più profonde e dargli la possibilità di esprimere il proprio pensiero.

  In tale contesto, allora, si è dubitato ad esempio della capacità del giudice di ascoltare un bambino (v. nelle procedure di separazione ove una domanda ricorrente ed assolutamente inopportuna  era: “ con chi vuoi stare ?” ).

  Si è detto che il bambino in sede giudiziaria prova turbamento, si è detto che in un contesto giudiziario che ha per oggetto la decisione su di lui il bambino – quando viene sentito – è caricato di una responsabilità troppo grande con la conseguenza di costringerlo a schierarsi con un genitore o contro l’altro o contro entrambi i genitori. Si è detto che il bambino non è un testimone attendibile per cui il suo ascolto non è utile  (nei casi di abuso sessuale  ancora sentenze che leggono nelle parole testuali del bambino la sua inattendibilità).

  Il bambino può essere ascoltato direttamente o per il tramite di un’altra persona ovvero mediante operatori specializzati, ma è importante comprendere che tutti i soggetti coinvolti nella procedura, ciascuno nel proprio ruolo, anche di parte, a difesa ad esempio dell’adulto, o consulenti di parte di uno dei genitori, abbiano consapevolezza dell’interesse primario da garantire.

  Anche il rappresentante – esperto, un tutore, un c.d. difensore del minore non può sostituire la sua volontà a quella del minorenne ma deve impegnarsi in una attività di interazione con quest’ultimo sia per conoscere il suo punto di vista sia per consigliarlo nel modo migliore sia per presentare al giudice la volontà di lui.

  Quando è possibile è bene procedere all’ascolto diretto del bambino e non soltanto nei casi in cui è obbligatorio atteso che in tali casi non se ne può prescindere.

  E’ vero che chi fa soltanto il giudice e conosce solo di diritto non ha spesso capacità di ascoltare ma un giudice specializzato, quale è il Giudice Minorile, è integrato dalla compresenza di esperti che possono supportarlo e coadiuvarlo nel momento dell’ascolto, prestargli la voce, la modulazione della voce, il contenuto delle domande, gli occhi, i sorrisi, la stretta di mano secondo una tecnica adeguata, così da consentire una vera condivisione dell’approccio, e dove l’ascolto può divenire anche osservazione muta di una relazione che si snoda e si sviluppa nei modi più adeguati.

  Tante altre volte per l’ascolto vi è necessità di servizi specialistici, consulenze, studio degli atti e dei racconti fatti dal bambino, coinvolgimento degli insegnanti, degli affidatari per una ricostruzione del vissuto ed una ricucitura delle storie per realizzare comunque un ascolto, se pure indiretto.

  La mia esperienza:

  Le modalità di ascolto vengono adattate al bambino e si differenziano a seconda del contesto personale, ambientale e familiare del bambino stesso e cambiano a seconda della procedura che si sta trattando.

Nelle procedure per dichiarazione di adottabilità, nelle situazioni di abbandono, quando vi è istituzionalizzazione o allontanamento dal nucleo di origine il giudice è una figura di riferimento fondamentale, si predilige, pertanto, l’ascolto diretto nei contesti ove il bambino vive con un approccio informale, contatti frequentazioni, partecipazione ad attività significative del bambino (recite scolastiche, saggi, comunicazione della pagella, uno stato di malattia, ….) il giudice per il bambino è:  “il mio giudice”, “quale è il mio giudice, ci chiedono spesso con ansia i nostri minori  L’ascolto in questi casi è il risultato di un contatto diretto, è un ascolto fondato sulla relazione.

  Se la relazione è stata instaurata continua nella fase dell’affidamento preadottivo, nella adozione.

  Nelle ipotesi di procedure sul controllo della potestà genitoriale (art. 333 e 330 c.c.) ed in quelle ove si profila la possibilità di un allontanamento temporaneo del minore dal nucleo, e, dunque, una decisione sofferta perché dettata spesso da circostanze gravi ma tendenzialmente reversibili e soprattutto nei casi ove esiste un legame tra il bambino ed i genitori l’ascolto diretto è necessario, l’informazione dovuta, l’opinione considerata ma anche il dovere di spiegare al bambino le ragioni di una decisone che per lui rimarrà incomprensibile (v. caso genitori tossici , legati ad ambienti malavitosi, capaci però di giocare con la figlia, “mio papà mi fa ridere, “la mamma mi racconta le favole prima di dormire”, ovvero la storia di Alba avviata all’affidamento per la malattia mentale della madre e lo sfruttamento per l’assistenza dei fratellini più piccoli, l’evasione scolastica …, piange perché pensa che i genitori stanno male e non hanno quello che ha lei e lei non li può aiutare).

Nei casi di abuso o maltrattamento è più difficile l’ascolto diretto, la relazione volta ad ascoltare i fatti realmente accaduti, e vi è necessità di consulenze o accertamenti specialistici  prolungati nel tempo – necessità di raccordarsi con le Procure –  per un unico ascolto qualificato.

Nei conflitti familiari: più difficile è l’ascolto diretto, il giudice viene percepito come una minaccia, incombente, pressante sui rapporti familiari, vi è diffidenza, paura, delusione, assorbimento delle sensazioni dell’adulto che ha avviato la procedura o è stato chiamato in giudizio. In questi casi appare necessario un approccio specialistico o integrato in ambito giudiziario.

  Nell’ultimo anno abbiamo sperimentato l’ascolto diretto eseguito dai giudici onorari in una stanza dotata di specchio unidirezionale con la possibilità per il giudice di osservare l’ascolto anche in presenza dei genitori e dei legali .

  La sommaria esposizione di alcune delle questioni emergenti in materia di ascolto dei minori conduce ad alcune conclusioni.

  Le procedure che riguardano le persone tendono ad instaurare rapporti tra le persone. Il Giudice Minorile è il giudice delle persone o meglio delle relazioni tra le persone e partecipa – a mio modo di vedere – alla vita relazionale del bambino.

  Di conseguenza l’approccio, anche se di tipo giudiziario, tendendo ad una comunicazione, all’avvio di una relazione incide nel vissuto delle persone con le quali entra in contatto ed apporta cambiamenti e modifiche anche al comportamento del giudice che l’ha intrattenuta.

  Da tale relazione processuale sia le parti, e tutte, e dunque anche gli avvocati, i difensori che, se scrupolosi ed attenti ai bisogni del bambino, non possono non partecipare se non con un atteggiamento di vera collaborazione ed intesa volta, come detto sopra, alla risoluzione del conflitto e non alla vittoria della causa, tutte le parti del processo ed anche il giudice ne escono cambiati ed acquisiscono esperienza che li modifica.

  I diritti delle persone non possono non essere riconosciuti che in un iter procedurale e giudiziario che comprenda attraverso l’ascolto i legami ed i bisogni delle persone stesse, assumendo come parametro proprio il bambino che interagisce con queste persone.

  Se dunque il parametro delle relazioni anche processuali è il bambino la procedura dovrà essere adatta a lui.

E se la procedura sarà adatta al bambino che è la persona per definizione – sono convinta  – sarà adatta per tutti.

Maria Francesca Pricoco

Giudice presso il Tribunale per i minori di Catania


[1] Riflessione proposta al corso di formazione per tutori organizzato dalla sede AIAF di Catania nell’anno 2006.

 

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