home  | mail                                                                                                                        Anno VI, Giugno 2011

 

TRIBUNALE PER I MINORENNI DI CATANIA; decreto 29 dicembre 2009; Pres. PRICOCO; Est. ZINGALES.

 

Filiazione naturale – Assegno di mantenimento – Quantificazione – Attività professionale del genitore non convivente – Irrilevanza – Minime esigenze di vita del figlio – Rilevanza (Cod. civ., artt. 147, 148, 155 e 317-bis).

 

«In tema di mantenimento dei figli minori, la fissazione di una somma a titolo di contributo a carico del genitore non convivente può venire correlata, non tanto alla quantificazione delle entrate derivanti dall’attività professionale svolta da quest’ultimo, quanto, piuttosto, ad una valutazione complessiva del minimo essenziale per la vita e la crescita di un bambino. Ne deriva che un genitore, ancorché sia disoccupato e non percepisca alcun reddito, non può sottrarsi all’obbligo di mantenimento dei figli, dovendosi attivare e fare tutto il possibile per garantire alla prole un idoneo e dignitoso tenore di vita» (massima affidamentocondiviso.it) (1)

 

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(1) Nella specie, il Giudice minorile, in applicazione del riferito principio di diritto, ha posto a carico del padre l’obbligo di versare un contributo mensile di mantenimento per la figlia minore pari ad Euro 250,00, tenuto conto che tale genitore, sebbene disoccupato, aveva lavorato, sino a poco tempo prima, presso ditte di montaggio mobili da cui era stato licenziato, non per sua inettitudine al lavoro, ma per riduzione del personale, con la conseguenza che lo stesso appariva capace di svolgere, sin da subito, attività lavorativa nel settore di sua competenza.

La pronuncia in rassegna ha fatto corretta applicazione dei principi di diritto elaborati, in materia, dalla giurisprudenza di legittimità e di merito.

A tal fine, occorre osservare che l’art. 148 cod. civ. dispone che ciascuno dei genitori deve adempiere l’obbligazione di mantenimento dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo.

Secondo la Suprema Corte, il riferimento alla capacità lavorativa personale significa che il Giudice, ai fini della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento per i figli, è tenuto a valorizzare, non solo i redditi effettivi del genitore onerato, ma anche: «quelli che il genitore ha la capacità di conseguire» (Cass. 14 luglio 2010, n. 16551, in questa Rivista. Nella specie, la S.C. ha ritenuto che, in mancanza di alcuna giustificazione del mutamento di attività lavorativa del genitore onerato – da socio, con il padre, di un albergo-ristorante a muratore – era da presumersi che questi avesse mantenuto la sua originaria capacità reddituale).

Ne consegue che il genitore disoccupato, in quanto licenziato, ma dotato di capacità di lavoro professionale (anche se generica), non potrà sottrarsi all’inderogabile obbligo di mantenimento dei figli e dovrà, piuttosto, attivarsi e fare tutto il possibile per garantire il soddisfacimento delle minime ed essenziali esigenze di vita della prole.

Nello stesso senso, nella giurisprudenza di merito, si veda Trib. Mantova 2 febbraio 2010, in Famiglia e dir., 2010, 7, 684, con nota di ARCERI, che ha condannato il genitore disoccupato a contribuire al mantenimento dei figli, poiché la sua condizione dipendeva, più che altro, da mancanza di volontà dello stesso di attivarsi per reperire un’occupazione, piuttosto che da oggettiva impossibilità di reperire un lavoro, nonché Trib. Modena 1 ottobre 2008, in www.giuraemilia.it.

In dottrina, cfr. AULETTA, Art. 155, in GABRIELLI (diretto da), Commentario del codice civile, Della famiglia, articoli 74-176 (a cura di) BALESTRA, Torino, 697, secondo cui: «ciascun genitore, pertanto, dovrà mettere a frutto la propria capacità lavorativa impegnandosi in un’attività anche non inerente alla propria qualifica (purché abbia la capacità di svolgerla»; sia consentito il rinvio, inoltre, a PADALINO, Modifica delle condizioni di separazione e divorzio, Torino, 2011, 249, secondo cui: «il principio di diritto che si ricava dal combinato disposto degli artt. 30 Cost., 147 148 c.c. è quello in base al quale un genitore in età lavorativa, non affetto da patologie invalidanti o da altri impedimenti oggettivi (quali, ad es., la cura e l’allevamento della prole) non può scegliere, liberamente, di non lavorare e pretendere, per tale ragione, di sottrarsi ai propri inderogabili doveri di mantenimento nei confronti dei figli».

 

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