home  | mail                                                                                                                        Anno V, Aprile 2009

 

TRIBUNALE DI CATANIA; ordinanza 4 aprile 2008; Giudice istruttore PAPPALARDO.

 

Famiglia – Giudizi di separazione – Figlio minore – Parte in senso sostanziale – Conseguenze – Incapacità a testimoniare – Sussistenza (Cod. civ., art. 155; cod. proc. civ., art. 246).

 

«Nell’ambito del giudizio di separazione personale dei coniugi, il figlio minore, in quanto parte sostanziale di tale procedimento e destinatario finale degli effetti della sentenza, va ricompreso nel novero dei soggetti incapaci a testimoniare, ai sensi dell’art. 246 cod. proc. civ.» (massima affidamentocondiviso.it) (1)

 

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(1) Nella specie, il Tribunale di Catania, in applicazione del riferito principio di diritto, ha dichiarato l’incapacità a testimoniare dei due figli minori della coppia – rispettivamente, di 14 e 11 anni – sui fatti dedotti dalla madre a fondamento della domanda di addebito avanzata in danno del marito (aventi ad oggetto la relazione extraconiugale intrattenuta da quest’ultimo con la cognata).

A fondamento della pronuncia, il Giudice del merito ha valorizzato, per un verso, il dato oggettivo della immanente «partecipazione al processo» del minore (quale parte destinataria sostanziale finale degli effetti della sentenza che verrà emessa all’esito del giudizio), e, per altro verso, i principi costituzionali in materia di famiglia, che impongono di evitare al fanciullo di testimoniare contro uno dei genitori, perché ciò determinerebbe una compromissione del suo diritto alla bigenitorialità ed un  possibile grave vulnus alla sua sana crescita psicologica ed al suo sentimento familiare.

La soluzione interpretativa fatta propria dai giudici catanesi merita piena condivisione anche alla luce di quanto sostenuto, oltre vent’anni addietro, dalla Corte costituzionale, nella sentenza 14 luglio 1986, n. 185, in www.cortecostituzionale.it.

In quell’occasione, il Giudice delle leggi riconobbe l’interesse giuridico, personale e concreto dei figli minori, direttamente coinvolti nei giudizi di separazione e divorzio dei loro genitori, sul rilievo che, nelle deliberazioni relative ai figli minorenni, il giudice «non si pronuncia su quale dei litiganti ha ragione e quale ha torto bensì sceglie la soluzione migliore per un terzo (appunto il figlio minorenne) nell'esclusivo suo interesse», osservando, conseguentemente, che «nei procedimenti contenziosi relativi allo scioglimento del matrimonio ed alla separazione dei coniugi s'inserisce, pertanto, un giudizio che autorevole dottrina non ha esitato a definire di volontaria giurisdizione».

Ai fini in esame, è estremamente significativo come la citata pronuncia della Corte costituzionale abbia affermato che «il legislatore ordinario non è vincolato, in tutti i casi di riconosciuti interessi al giudizio o nel giudizio, a prevedere la qualità di parte per i titolari degli stessi interessi»; in altri termini, secondo la Consulta, i figli minori, sebbene titolari di un interesse giuridicamente rilevante nel giudizio di separazione o divorzio dei genitori, non hanno formalmente la qualità di parte (stante la ravvisata opportunità, da parte del legislatore, di non istituzionalizzare il conflitto tra genitori e figli), dovendosi ritenere idonee e sufficienti alla tutela degli interessi dei minori le misure già previste in loro favore (ossia, l'intervento obbligatorio in giudizio del Pubblico Ministero, le amplissime facoltà istruttorie del Giudice, nonché il potere del Collegio di decidere, in ordine ai provvedimenti relativi alla prole, ultra petitum). [C. PADALINO].

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