home  | mail                                                                                                                        Anno III, Settembre 2007

 

IL TRIBUNALE

     Nel procedimento ex art. 9, legge n. 898/1970 vertente tra S.A. e V.C. avente ad oggetto la richiesta di modifica delle condizioni di divorzio relative al regime di affidamento dei figli, alla entità della contribuzione e alla assegnazione della casa familiare; lette le difese della parte convenuta e disposto l'interrogatorio libero;

O s s e r v a

    Lo S. chiede che venga disposto l'affidamento condiviso della figlia A. ad entrambi i genitori in applicazione della novella introdotta con legge n. 54/2006; che in conseguenza venga ridotto l'importo del mantenimento a favore dei figli; infine, rilevato che la convenuta ha contratto nuovo matrimonio e risiede col marito ed i figli da lui avuti nella casa familiare, che in applicazione del disposto dell'art. 155-quater c.c. venga revocata la assegnazione a lei della casa familiare quanto meno relativamente alla quota di sua proprietà pari ad un mezzo dell'immobile. La V. costituendosi ha contestato la strumentalità della richiesta di affidamento condiviso della figlia, la quale ha nel passato trascorso solo brevi periodi presso il padre di regola non pernottandovi; quanto alla revoca della assegnazione della casa familiare rileva come il matrimonio sia stato contratto per gravi ragioni di salute del nuovo coniuge per potere accedere alle informazioni di carattere sanitario che lo riguardano.

    Il tribunale ha con separata ordinanza deciso le questioni relative all'affidamento e alla contribuzione in favore dei figli, separando il capo di domanda relativo alla revoca della assegnazione della casa familiare.

    Deve infatti sollevarsi questione di costituzionalità dell'art. 155-quater c.c. applicabile ai procedimenti di divorzio in forza del disposto dell'art. 4, secondo comma, legge n. 54/2006, in relazione alla ulteriore domanda svolta dalla parte ricorrente relativa alla richiesta di revoca della assegnazione della casa familiare essendo la questione rilevante e non manifestamente infondata.

    In fatto deve premettersi che in forza di sentenza di divorzio pronunciata dal Tribunale di Firenze il 9 aprile-7 maggio 2003, alla madre affidataria dei due figli minori  era  assegnata  la  casa familiare sita in Firenze via *** n. ***, cadente nella comunione legale,  degli  allora coniugi; nelle more un  figlio é divenuto maggiorenne ma permane le non indipendenza economica di entrambi; successivamente al divorzio la V. ha contratto nuovo matrimonio.

    La richiesta di revoca della assegnazione della casa familiare è avanzata in forza del disposto dell'art. 155-quater c.c. (introdotto con  legge n. 54/2006  in vigore dal 16 marzo 2006) che così recita "... il diritto di godimento della casa familiare viene meno nel caso che  l'assegnatario  non  abiti  o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio...".

a) Sulla rilevanza della questione di costituzionalità.

    La questione di costituzionalità del disposto dell'art. 155-quater c.c. in combinato disposto coll'art. 4, secondo comma  legge  n. 54/2006, é pertanto rilevante nel caso di specie, essendo la  domanda  principale volta alla revoca della assegnazione della  casa familiare  disposta in sede  di divorzio a seguito del matrimonio contratto dalla V. Non appare infatti  possibile una interpretazione  adeguatrice della formula di  legge: laddove si dispone che "il diritto al godimento della casa familiare viene meno." non residua per il giudice spazio interpretativo per adeguare la norma alla situazione di fatto oggetto del giudizio, come viceversa possibile per altre situazioni sempre regolate dalla nuova legge (ad es. per il mutamento dell'affidamento dei figli nel caso di cambio di residenza, al giudice é demandato  un  potere  discrezionale di rivalutazione degli  accordi in tema di prole minore; nel caso di prole maggiorenne il giudice può, e non deve, disporre che il contributo  venga  versato direttamente al figlio maggiorenne e così via) cosicché davanti ad un nuovo matrimonio in presenza di figli minorenni o maggiorenni ma non economicamente indipendenti nati dal precedente matrimonio, deve necessariamente procedersi alla revoca della assegnazione della casa familiare.

b) Sulla non manifesta infondatezza della questione. Parametri costituzionali di riferimento.

    Nel vigore della normativa antecedente la riforma, la assegnazione della  casa familiare  era  direttamente ancorata alla valutazione dei bisogni dei figli minori di cui si mirava, col provvedimento in questione, a  salvaguardare  una  esigenza  di stabilità compromessa dalla crisi familiare  intercorsa  tra  i genitori. Anche la valutazione introdotta all'art. 6, legge div. come modificato  dall'art. 11, legge n. 74/1987 (... "in ogni caso ai fini dell'assegnazione il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione e favorire il coniuge più debole...") in ordine  alla situazione  economica del coniuge più debole  e'  stata  interpretata dalla giurisprudenza della S.C., come sempre  necessariamente  ricollegata  alla  presenza  di  figli della coppia i cui bisogni dovevano ritenersi prevalenti sulla tutela del diritto  di proprietà del genitore proprietario della abitazione (in comunione  legale o in proprietà esclusiva) v. da ultimo la seguente massima: "In materia di separazione o divorzio, l'assegnazione della casa  familiare, pur avendo riflessi anche economici, particolarmente valorizzati dall'art. 6,  sesto comma, della legge 1° dicembre 1970, n. 898  (come  sostituito  dall'art. 11 della  legge  6  marzo 1987, n. 74), é finalizzata all'esclusiva tutela della prole e dell'interesse di questa a permanere nell'ambiente domestico in cui é cresciuta, e non può quindi essere disposta, come se fosse una componente degli assegni rispettivamente previsti dall'art. 156 cod. civ. e dall'art. 5 della legge n. 898 del 1970, per sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, alle quali sono destinati unicamente i predetti assegni.

    Pertanto, anche nell'ipotesi in cui l'immobile sia di proprietà comune dei coniugi, la concessione del beneficio in questione resta subordinata   all'imprescindibile  presupposto  dell'affidamento  dei figli minori o della convivenza con i figli maggiorenni ma economicamente non autosufficienti: diversamente, infatti, dovrebbe porsi in discussione la legittimità costituzionale del provvedimento, il quale, non risultando modificabile a seguito del raggiungimento della maggiore età e dell'indipendenza economica da parte dei figli, si tradurrebbe in una sostanziale espropriazione del diritto  di proprietà, tendenzialmente per tutta la vita del coniuge assegnatario,  in  danno del contitolare" (Cass.  civ.,  sez.  I, 26 gennaio 2006, n. 1545).

    Tale finalità permane nella nuova disciplina: l'art. 155-quater, comma sesto  c.c. dispone che "il godimento della casa familiare é attribuito  tenendo  prioritariamente conto dell'interesse dei figli. Dell'assegnazione  il  giudice  tiene  conto nella  regolazione  dei rapporti  economici  tra i genitori considerato l'eventuale titolo di proprietà...". In linea generale quindi la assegnazione della casa familiare   spetta al   genitore  presso  il  quale  il  figlio  e' prevalentemente domiciliato e l'arricchimento economico derivante dal provvedimento viene valutato  incidendo sull'an ed il quantum del contributo al mantenimento del coniuge cui é attribuito il diritto di godimento dell'immobile.

    L'interesse che si persegue é quindi l'interesse del figlio al mantenimento dell'originario habitat familiare, onde  non subire, oltre la scissione del rapporto parentale anche l'allontanamento dal c.d.  "nido"  ("L'assegnazione, in sede di  divorzio,  della  casa familiare,  ex  art. 6,  sesto comma, legge 1° dicembre 1970, n. 898, nel  testo introdotto dall'art. 11, legge 6 marzo 1987, n. 74, all'ex coniuge con cui convivono i figli maggiorenni, non ancora economicamente indipendenti, comporta il conferimento all'assegnatario di un diritto personale di abitazione; tale norma, che ha natura eccezionale e si fonda sulla necessità di conservare l'habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi  e delle consuetudini in cui si esprime ed articola la vita della famiglia, manifestamente  non  si  pone  in contrasto con gli art. 3  e 24 Cost., attesa la posizione differenziata dei coniugi per effetto della convivenza dei figli con uno di loro e la possibilità che la legge apponga limiti, alla proprietà privata allo scopo di assicurare la funzione sociale" (Cass. civ., sez. I, 11 dicembre 1992, n. l3126).

    Tale interesse cede tuttavia nella configurazione di legge, al diritto di proprietà, qualora il genitore assegnatario conviva more uxorio o celebri nuove nozze. Tale disposto crea quindi una assoluta disparità di trattamento irragionevole, tra figli di genitori separati/divorziati a seconda che il proprio genitore intraprenda o meno una stabile convivenza con un nuovo partner, in un ordinamento nel quale la legittimità del divorzio (e di conseguenza la legittimità di un secondo matrimonio) risale agli anni settanta. In tal senso si crea un contrasto coll'art. 3, secondo comma Cost. ovverosia col principio di uguaglianza sostanziale che impone che sia data identica tutela a situazioni identiche: nel caso di specie il figlio di genitore separato o divorziato ha sempre il medesimo interesse al mantenimento della propria abitazione familiare a prescindere dalle vicende successive e dalle scelte di vita del genitore col  quale convive. D'altra parte la limitazione al diritto di proprietà dell'altro genitore é pienamente attuata anche nell'attuale assetto normativo, laddove é tutt'ora prevista la assegnazione della casa familiare al genitore domiciliatario (non convivente o non nuovamente sposato) in attuazione della funzione sociale della proprietà privata (sancita dall'art. 42, secondo comma Cost.).

    Appare pertanto irragionevole privilegiare il diritto di proprietà del genitore non domiciliatario di prole solo nel caso di nuovo matrimonio o nuova convivenza del genitore domiciliatario (senza tenere in conto della portata pratica di tale disposizione che imporrà subprocedimenti all'interno dei procedimenti di separazione o divorzio, che si vogliono rapidi per intuibili esigenze di certezza dei rapporti familiari) in ulteriore contrasto coll'art. 29 Cost. che riconosce la libertà di matrimonio, libertà che potrebbe venire compressa da valutazioni relative alla perdita della abitazione familiare.

    Gli abusi che sicuramente sono rinvenibili nella pratica, relativi al mantenimento della assegnazione laddove in concreto non ve ne sia la necessità per le più varie ragioni che possono presentarsi nella pratica, potrebbero trovare adeguata soluzione nella previsione di un potere discrezionale del giudice della separazione o del divorzio, nel disporre la revoca della assegnazione, e non nella imposizione come ora previsto di una automatica revoca conseguente alla oggettività di una convivenza.

    Deve pertanto sollevarsi questione di costituzionalità dell'art. 155-quater c.c. in combinato disposto coll'art. 4, legge n. 54/2006 nella parte in cui impone al giudice la revoca della assegnazione della casa familiare al genitore affidatario o domiciliatario di prole minorenne o maggiorenne ma non economicamente indipendente nel caso in cui conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio, per contrasto col disposto dell'art. 3, secondo comma Cost. e 29 Cost.

P. Q. M.

    Ritenutane la rilevanza e la non manifesta infondatezza, rimette alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell'art. 155-quater, primo comma c.c. in combinato disposto coll'art. 4, legge n. 54/2006 nella parte in cui prevede nel caso di divorzio, che il nuovo matrimonio contratto dal genitore affidatario o domiciliatario di prole minorenne o maggiorenne ma non economicamente autosufficiente, comporti la revoca del diritto di godimento della casa familiare, per contrasto con gli artt. 3, e 29 della Costituzione.

    Sospende il giudizio e dispone l'immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale.

    Ordina che la presente ordinanza sia notificata a cura della cancelleria alle parti, al pubblico ministero ed al Presidente del Consiglio dei ministri e sia comunicata ai Presidenti delle due Camere del Parlamento.

    Così deciso in Firenze, il 13 dicembre 2006.

                        Il Presidente: Gatta

                    Il giudice estensore:Mariani

torna indietro