home  | mail                                                                                                                        Anno IV, Novembre 2008

 

TRIBUNALE PER I MINORENNI DEL PIEMONTE E DELLA VALLE D'AOSTA;  decreto 22 maggio 2008; Pres. ed Est. CASTELLANI.

 

Filiazione naturale - Affidamento dei figli - Intervento del giudice minorile - Presupposti - Cessazione della convivenza more uxorio – Necessità - Situazioni residuali - Mera coabitazione dei genitori - Sufficienza (Cod. civ., artt. 155 e 317-bis)

 

«In tema di affidamento di figli naturali, la domanda di intervento del giudice minorile, proposta ai sensi dell'art. 317-bis cod. civ., è ammissibile anche se i genitori continuino a coabitare nello stesso immobile, purché sia rigorosamente provato che al dato puramente "anagrafico" della utilizzazione comune dell'abitazione non corrisponda la condivisione, da parte dei genitori, di un progetto familiare (ossia, non abbiano quella comunanza di intenti e vicinanza sul piano psicologico ed affettivo che caratterizza la famiglia di fatto)» (massima affidamentocondiviso.it) (1)

 

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(1) Con la pronuncia in rassegna, il Tribunale per i minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta ha affrontato la questione interpretativa relativa all'ammissibilità o meno, a seguito dell'entrata in vigore della legge n. 54/2006, della richiesta di affidamento della prole da parte di un genitore che non abbia ancora preso le distanze dall'altro, mantenendo la stessa residenza e continuando a soggiornare nella comune abitazione.

I giudici minorili hanno affermato che, pur ricavandosi dal tenore letterale dell'art. 317-bis cod. civ. che «il presupposto per l'intervento del giudice in ordine all'esercizio della potestà è che la convivenza dei genitori sia venuta meno», deve ritenersi ammissibile la domanda di affidamento dei figli naturali allorquando, nonostante la convivenza more uxorio non sia cessata, sia stato rigorosamente provato «che al dato puramente anagrafico della utilizzazione comune dell'immobile non corrisponda, in alcun modo, la condivisione di un progetto familiare» (ossia, si tratti di una mera coabitazione «da separati in casa»).

Precedenti giurisprudenziali. In senso conforme, sebbene sotto il vigore della previgente normativa, Trib. minori Bologna 5 aprile 2001, in Fam. e dir., 2002, 6, 640, con nota di A. Figone, Cessazione della convivenza tra genitori naturali e intervento del giudice minorile, secondo cui: «L'art. 317 bis, comma 2, parte 2, c.c. presuppone, infatti, la cessazione della convivenza, ma tale presupposto deve essere inteso, ad avviso di questo Tribunale, nel suo significato sostanziale, quale effettivo venir meno della comunione di vita, differenziando così la convivenza dalla semplice coabitazione. Non mancano in tal senso pronunce analoghe in materia di separazione, laddove la prosecuzione della semplice coabitazione, dopo la pronuncia dei provvedimenti presidenziali ovvero dopo la sentenza di separazione, non consente per questo di ritenere ripristinata quella comunione di vita, che è presupposto essenziale e sostanziale per considerare cessata la crisi matrimoniale in base ad una riconciliazione tra i coniugi, tale da travolgere le precedenti pronunce. La medesima situazione può presentarsi in rapporto alle unioni di fatto, ma l'applicazione delle norme vigenti appare ancora più delicata, poiché una criticabile suddivisione delle competenze fra il Tribunale ordinario, quanto all'assegnazione dell'abitazione ed alle questioni economiche, ed il tribunale per i minorenni, quanto all'affidamento dei figli, comporta conseguenze pregiudizievoli soprattutto per il genitore più attento alle esigenze dei minori, diviso tra la perdita dell'abitazione o la rinuncia all'affidamento dei figli».

Presupposto dell'intervento del giudice minorile. Tale tesi interpretativa, che ha il merito di non costringere genitore e figli a doversi temporaneamente allontanare dalla casa familiare per ottenerne successivamente l'assegnazione (con la conseguente necessità di reperire, nel frattempo e con urgenza, una nuova sistemazione abitativa), non è del tutto condivisibile.

Si consideri, infatti, che la giurisprudenza di legittimità che si è occupata dell’art. 317-bis cod. civ. non ha mai indicato come necessario presupposto per l’intervento del giudice minorile la cessazione della convivenza tra i genitori, quanto il cattivo funzionamento dei criteri attributivi dell’esercizio della potestà, da correggere mediante la individuazione di regole alternative da parte del tribunale per i minorenni. secondo un ampio spettro di ipotesi che arriva fino alla possibilità di escludere entrambi i genitori dall’esercizio della potestà (si veda Cass., sez. un., 25 maggio 1993, n. 5847, in Foro it., 1994, I, 1525; nella giurisprudenza di merito, si veda Trib. minori Bologna 4 febbraio 1986, in Foro romagnolo, 1986, 7, secondo cui: «Benché ai sensi dell’art. 317 bis c.c. la convivenza comporti l’esercizio congiunto della potestà dei genitori sui figli, il giudice, in applicazione della stessa norma, può disporre diversamente ed affidare il figlio ad uno dei coniugi, per l’esercizio esclusivo della potestà»).

In altri termini, l’unico presupposto per poter ricorrere al giudice specializzato al fine di ottenere una decisione ai sensi dell’art. 317-bis cod. civ. è la sussistenza di una situazione pregiudizievole, ancorchè in via potenziale, all’interesse del minore, in applicazione diretta od analogica degli artt. 330 e segg. cod. civ. (cfr. Cass. 20 aprile 1991, n. 4273, in Giust. civ., 1991, I, 2998, secondo cui si deve ritenere che: «le disposizioni del giudice, diverse rispetto alla regolamentazione legale (art. 317 bis comma secondo) possano essere prese su richiesta di uno dei genitori o di altri parenti o del P.M., e solo quando la situazione appaia essere pregiudizievole all’interesse del figlio minorenne (in applicazione o diretta od analogica degli artt. 330 e segg. cod. civ.)»).

È significativo, al riguardo, che le Sezioni Unite della Corte di cassazione abbiano affermato che i provvedimenti previsti dall’art. 317-bis cod. civ. si pongono ad un livello intermedio fra gli altri due disciplinati dagli artt. 330 (decadenza dalla potestà) e 333 cod. civ. (limitazione della potestà), in quanto improntati alla medesima ratio (cfr. Cass., sez. un., 23 ottobre 1986, n. 6220, in Nuova giur. civ., 1987, I, 552). [C. PADALINO].

 

VEDI IL TESTO INTEGRALE DEL DECRETO

 

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