home  | mail                                                                                                                        Anno I, Ottobre 2005


L’affidamento condiviso: idola tribus, specus, fori e teatri

Marino Maglietta

(pres. Ass. Naz. Crescere Insieme) (tratto dal sito www.crescereinsieme.org)

    Intorno all’affidamento condiviso molto si è detto di improprio, che ha investito tutto quanto il provvedimento, dai promotori al nome, dai contenuti alle finalità. Certamente, se tanta confusione si è fatta, chi l’ha ideato e promosso si deve assumere le proprie responsabilità, a dispetto delle decine di convegni sul tema ai quali ha partecipato e di articoli che ha scritto. Evidentemente non è riuscito a spiegarsi. E allora ben venga l’occasione di questo ben studiato dibattito per cercare ancora una volta il chiarimento, precisando che mi riferirò al testo base (pdl 66), segnalando i passaggi in cui le notevoli manipolazioni subite da esso in Parlamento ne abbiano fatto altra cosa, che non intendo difendere.

    Il concetto base è semplice. Se due genitori sono entrambi idonei la loro separazione deve restare un fatto personale e non deve modificare i rapporti qualitativi con i figli. Caso per caso si decideranno le regole di frequentazione e cura: se si mettono d’accordo saranno quelle concordate; viceversa le deciderà il giudice, anche con i fine-settimana alternati tipici dell’esclusivo, quando serve, ma sempre lasciando a entrambi la stessa piena responsabilità che avevano prima di separarsi nei confronti dei figli. E questi è giusto che abbiano la possibilità, grazie all’affidamento a entrambi i genitori, di ricevere in modo flessibile l’apporto educativo e affettivo di ciascuno di essi e di segnalare le proprie esigenze orientando le scelte che direttamente li riguardano in modo da diventare effettivamente soggetto di diritti e protagonisti della propria vita. Questo è il vero, efficace “ascolto del figlio”, che la proposta privilegia in ogni indicazione che dà: la massima liberalizzazione dei rapporti con i genitori, l’assegnazione della casa, i trasferimenti, il mantenimento, la gestione delle risorse a lui destinate quando diventa maggiorenne.

    C’è di più. Al figlio non giova ricevere beni e servizi da un solo genitore. E’ per lui ben più importante, educativo e gratificante ricevere attenzione e cura, oggetti e premure da entrambi. A lui non giova avere un genitore che provvede a tutto e trovare nell’altro una figura periferica, domenicale, ludica, avulsa dalla sua quotidianità. E a lui – salvo che ci siano insormontabili difficoltà pratiche – deve essere lasciata la possibilità di utilizzare le festività per gli svaghi con i coetanei, per godere la sua infanzia e la sua adolescenza nel modo più naturale. Ne ha diritto. Basta, allora, con le “visite” del fine settimana; non è così che si coltivano i rapporti con i familiari più stretti. Con un padre o una madre si esce per comprare libri o scarpe, per essere accompagnati in piscina, per andare a trovare i nonni, che oggi vengono fatti sparire. Se si comprende questo si comprende anche perché l’affidamento condiviso prevede il mantenimento diretto, preferito, tendenzialmente, alla delega in bianco di un genitore all’altro, attraverso l’assegno per il mantenimento dei figli, che crea o approfondisce il distacco e l’assenza. E non è teoria. Rendere continuativa e significativa la frequentazione dei figli per ciascun genitore fa sì che sia possibile a padre e madre assolvere in buona parte i propri doveri economici verso i figli assumendosi la responsabilità di coprire singole necessità in funzione del reddito (ad es., uno l’affitto, la scuola, il dentista, le vacanze, gli svaghi e le spese per la permanenza presso di lui, l’altro tutto il resto). Ridurre drasticamente di entità l’assegno e lasciargli una mera funzione di conguaglio non può che abbattere il numero di controversie di natura economica, riducendo le tensioni tra i genitori, a tutto vantaggio dei figli.

    Chiarite le linee guida, veniamo ai malintesi e alle obiezioni.

    Si parte subito male, dal gratuito etichettamento degli ideatori e dei promotori della riforma. Scrive Paola Ronfani (“Il diritto della famiglia e la giurisdizione familiare in Italia fra paternalismo e legalismo”, in Sociologia del diritto, 2002):

    “…in tutti i progetti l’affidamento congiunto è accolto quale modello preferenziale o legale, fino ad assumere talora la fisionomia di un vero e proprio obbligo che prescinde dal consenso degli interessati, come nel progetto presentato da esponenti di un’associazione di padri divorziati, “Crescere Insieme”.

    Crescere Insieme non è un’associazione di padri divorziati, ma in ugual misura di uomini e donne, anche senza figli, una sorta di movimento per un fondamentale diritto civile, quello dei figli alla bigenitorialità. La definizione della Ronfani ha invece oggettivamente una funzione riduttiva e denigratoria (che altri non si peritano di esplicitare): “questa riforma la vogliono solo gli uomini a danno delle donne, in genere per evitare di pagare l’assegno di mantenimento”. Giova allora ricordare che danno da sempre sostegno alla riforma tutte le principali associazioni femminili interessate al problema: Mamme Separate – Como, Ass. Donne Separate – Latina, Libera Ass. Donne Divorziate e Separate – Pordenone, Ass. Donne Nella Separazione – Cagliari. A queste sono da aggiungere l’Associazione Nazionale Nonni e l’associazione Figli per i Figli, di recente formazione, che non sono certo di padri separati e che danno una chiara idea della coralità del sostegno al condiviso, da parte di tutte le componenti della famiglia separata.

    E passiamo al nome, che molti fraintendono, in modo sostanziale. L’affidamento condiviso da molti è ancora confuso con il congiunto (“affidamento congiunto o condiviso che dir si voglia…” si sente dire perfino da membri del Parlamento), mentre altri usano  la parola “condiviso” nel senso italiano, anzi in uno solo dei possibili sensi che ha la parola in italiano, dimenticandosi che si tratta di un termine giuridico che all'interno di una legge assume valenze che è la legge stessa a fornire. Si fa quindi dell'ironia sul cosiddetto " obbligo di andare d'accordo ", condividendo ogni decisione, imposto a persone che si sono separate appunto perché incapaci di condividere alcunché:

"Come è possibile ottenere collaborazione da genitori che si detestano profondamente? ... Imporre la condivisione dell'affidamento a genitori che intendono distruggersi a vicenda significa accrescere le tensioni, moltiplicare occasioni e pretesti per uno scontro, significa mettere loro in mano il bambino per farsi del male. " (Tiziana Valpiana, R.C., Comm. Affari Sociali, 9 novembre 2004). E aggiunge Chiara Saraceno (QT, 25-3-05):   "La collaborazione forzata può aumentare senz’altro la conflittualità. Soprattutto, l’idea che questo tipo d’affido possa avvenire su deliberazione del giudice, anche quando i due non sono in grado di cooperare fra loro, mi sembra pesantissimo. Anche se non hanno voglia di condividere niente e si pigliano per i capelli, devono farlo per il cosiddetto bene del bambino".

    Si dimentica così che nel contesto giuridico l'affidamento condiviso intende solo sottolineare la “partecipazione di entrambi i genitori” alla cura e l'educazione dei figli, una partecipazione augurabilmente concordata, ma anche gestibile in assenza di accordo. L'affidamento condiviso non richiede collaborazione, la auspica solamente. Se la coppia è incapace di mettersi d'accordo le regole le stabilisce il giudice, esattamente come con l'affidamento esclusivo. Ai due genitori non resterà che attenersi alle sue disposizioni. Naturalmente, invocando il conflitto come argomento per preferire l’esclusivo al condiviso sarebbe anche opportuno chiedersi se discriminare due genitori, proprio quando fra essi esistono forti rancori, può essere il modo migliore per ridurre la conflittualità o se la prospettiva di aggiudicarsi l'affidamento esclusivo non scateni la gara, mettendo i due genitori in competizione, pronti ad usare qualunque sistema, compreso il più lacerante e distruttivo, per raggiungere lo scopo. 

     Né risulta accettabile sul piano pratico e di principio che si affidino i figli a entrambi i genitori solo in presenza di accordo sulla formula bigenitoriale, una tesi largamente sostenuta in sede parlamentare. E’ evidente, infatti, che ciò consentirebbe di continuare ad usare strumentalmente la conflittualità, anche artefatta, per procedere a un affidamento esclusivo. In altre parole, a chi vuole l’esclusivo per la più squallida delle ragioni - tagliar fuori l’altro genitore o liberare se stesso da obblighi di cura – basterebbe ancora, come avviene oggi, far scrivere all’avvocato una memoria aggressiva, insultante, per raggiungere lo scopo. Insomma, non cambierebbe nulla. 

     Questo ci porta ad analizzare un po’ meglio cosa cambia tra l’affidamento esclusivo e il condiviso. Piero Schlesinger scrive “ Pensare che le decisioni di maggiore importanza … d’ora in poi debbano essere assunte di preferenza ’congiuntamente’, (rimettendone quindi la scelta, quando manchi l’accordo, di volta in volta a decisioni che dovrebbero essere assunte non dal genitore a ciò deputato, bensì dai giudici, che non hanno né il tempo né la competenza per farlo)  - e peggio ancora che si possa imporre ai genitori, forse, di apprestare addirittura residenze alternative a garanzia della parità di trattamento tra loro … non mi parrebbero soluzioni accettabili”

    Fatto notare, molto velocemente, che la norma attuale non delega affatto al genitore affidatario le decisioni più importanti per la vita dei figli (per fortuna!), così come prevede il nuovo testo (art. 155 in vigore: “Salvo che sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i coniugi”; pdl 66: “Le decisioni di maggiore importanza sono sempre assunte congiuntamente”), è anche vero che di 50%, di parità quantitative e di sballottamenti non vi è alcuna traccia nel progetto, che si limita a stabilire che nessuno dei genitori perde l’esercizio della potestà se idoneo, ossia, in pratica, che le decisioni di ordinaria amministrazione sono assunte dal genitore presente a prescindere dalla quantità di tempo che il figlio passa con lui. Potrà non piacere ugualmente, ma di questo si tratta. E quanto alle residenze alternative forse non si è pensato che anche in regime esclusivo per i due fine settimana al mese – o per le vacanze di Natale – i figli uno spazio adeguato per essere ospitati devono averlo in entrambe le case. O si auspica che il genitore non affidatario i figli non li debba mai tenere con sé?

      Nel commento appena visto abbiamo anche incontrato quello che è il leit motiv delle critiche: i concetti di “obbligo, imposizione, coercizione, intrusione dello stato” che sarebbe da associare all’affidamento condiviso, in contrasto con il libertario affidamento esclusivo. Un paio di esempi:  “Quando si interviene sul piano relazionale, occorre partire dalla adesione volontaria delle persone.” (Carmen Motta, DS-U, Comm. Lavoro, 26 ottobre 2004). Oppure: “Quelli che sono i progetti di vita individuali attengono alla libertà di ciascuno di scegliere ciò che si ritiene il meglio per la propria vita.” (Katia Zanotti, DS-U, Comm. Affari sociali, 30 settembre 2004). Come non essere d’accordo sul principio? Ma questo viene utilizzato contro l’affidamento condiviso rispetto all’esclusivo. Lo stato – si dice - con l’affidamento condiviso interverrebbe pesantemente, privando il cittadino della possibilità di fare le sue scelte; legge e giudice finirebbero per fare il bello e il cattivo tempo nella vita delle persone. Un giudizio diffuso. Ribadisce infatti Paola Ronfani (opera citata): “Ad un forte paternalismo giudiziario appare ispirata la più recente proposta di legge in materia di separazione e di affidamento dei figli”. Una proposta alla quale la Ronfani attribuisce “l’intenzione di contrastare la tendenza in atto alla privatizzazione e all’autoregolazione nella gestione della separazione personale”. Allora cosa si deve concludere? Che garantire a un genitore il mantenimento delle relazioni affettive e delle mansioni educative attribuitegli fino al momento della separazione è una indebita intromissione dello stato, visto che le regole in caso di disaccordo sono stabilite dal giudice. Il vero sistema libertario sarebbe invece l’affidamento esclusivo. Cioè il genitore che il giudice individua a sua insindacabile scelta, e che senza alcuna ragione a lui imputabile costringe ad uscire dalla casa familiare con i soli effetti personali, vedendoci entrare un tizio o una tizia a prendere il proprio posto, con la possibilità di incontrare i figli secondo un calendario deciso dal tribunale e dovendo versare all’altro genitore una cifra da gestire in bianco… non subisce alcuna coercizione, ma realizza i propri sogni. Convincente?

    L’argomento della “imposizione”, della odiosa forzatura, torna in gioco quando si parla di mediazione. Ad es.:

    “Il percorso di mediazione familiare, previsto come obbligo e non come opportunità, … rischia di annullare l'importante ed efficace funzione che la mediazione familiare può svolgere come pratica non formale, se liberamente scelta dalla coppia” (Motta, Cordoni, Trupia, Guerzoni, Innocenti, Gasperoni, Bellini, Sciacca, Diana, DS-U, Comm. Lavoro, parere alternativo, 22 dicembre 2004)

    In realtà sul punto le proposte sono state due e il risultato (testo votato dalla Camera) è diverso da entrambe e in pratica sopprime la mediazione familiare. Nella prima (pdl 66) si proponeva la creazione di centri polifunzionali in grado di fornire servizi di mediazione o di consulenza o di terapia familiare (ovviamente affidati a operatori differenti!); nella seconda il passaggio preliminare presso un centro di mediazione familiare, obbligatorio per le coppie in disaccordo solo rispetto all’informazione. Poiché la polemica sul punto è stata vivacissima e ha colto il risultato di svilire l’incentivo alla mediazione ad un blando invito del giudice a lite iniziata - ossia nelle condizioni di minima probabilità di successo - giova riportare le stesure proposte, a dimostrazione della inesistenza di obbligatorietà del percorso e meno che mai dell’obbligo di mettersi d’accordo. E giova anche rammentare, viste le polemiche sulla impreparazione tecnica dei proponenti, che la prima formula venne suggerita da Annamaria Dell’Antonio, quando era presidente della Simef; e la seconda da Isabella Buzzi, presidente dell’AiMef e già presidente del Forum Europeo per la formazione dei mediatori familiari.

    Dunque, secondo la pdl 66 su indicazione del giudice il centro convoca la coppia “per informarla sulle prospettive della separazione nonché sulle forme di assistenza disponibili presso il centro, alle quali ciascuna delle parti è comunque libera di rinunciare in qualsiasi momento. In modo analogo si esprimeva il testo unificato:

    “In tutti i casi di disaccordo, nella fase di elaborazione del progetto condiviso, le parti hanno l'obbligo, prima di adire il giudice e salvo i casi di assoluta urgenza o di grave ed imminente pregiudizio per i minori, di rivolgersi a un centro di mediazione pubblico o privato accreditato.

    Ove l'intervento, che può essere interrotto in qualsiasi momento, si concluda positivamente, le parti presenteranno al Presidente del tribunale il testo dell'accordo raggiunto”. E ancor più chiaramente nell’emendamento Mantini, pure respinto dalla Commissione Giustizia con il pretesto della inopportunità di forzare le coscienze:

    Art. 709-bis - (Mediazione familiare). In tutti i casi di disaccordo, nella fase di elaborazione del progetto condiviso, le parti hanno l'obbligo, prima di adire il giudice e salvo i casi di assoluta urgenza o di grave ed imminente pregiudizio per i minori, di acquisire informazioni sulle potenzialità di un eventuale percorso di mediazione familiare, rivolgendosi a un centro pubblico o privato, i cui operatori abbiano formazione specifica, nonché appartengano ad albi nazionali specifici pubblici e/o privati registrati nell'apposito elenco del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro”.

    In questa situazione si deve riconoscere maggiore schiettezza al presidente della Commissione Lavoro, on. avv., Domenico Benedetti Valentini, che nella mozione approvata il 22 dicembre 2004, esprime: “…ferma contrarietà alla configurazione della «mediazione familiare», istituzionalizzata e addirittura obbligatoria…, mentre i compiti propri della mediazione già rientrano professionalmente nelle competenze della magistratura e dell'avvocatura”.  Ecco il punto, il vero problema. L’intervento del mediatore risolverebbe buona parte del contenzioso a monte dell’ambito giudiziale, riducendo l’intervento dei legali. E questo dà fastidio.

    Abbiamo dunque visto di quale ampiezza e gravità sono i malintesi. Fatta personale ammenda – si veda l’inizio – non si può fare a meno di pensare che forse anche chi non ha capito ci ha messo del suo. Forse aveva ragione Bacone quando elencava i pregiudizi che abbagliano le coscienze e oscurano la conoscenza: gli idola, quelle false credenze che provengono dall’appartenenza a una collettività o categoria professionale (tribus), dall’affezione al personale punto di vista e alla scarsa capacità di prenderne le distanze (specus), dal prestare credito ai discorsi, al sentito dire, senza documentarsi e verificare di persona (fori), e dall’attaccamento acritico alle teorie del passato, che rende incapaci di aperture e di attenzione seria verso le novità (teatri).

    Sinceramente, mi sembra proprio che nel nostro caso ci stiano tutti.

    Concludendo, indubbiamente il testo di partenza arriva malconcio al traguardo, indubbiamente sono auspicabili modifiche e miglioramenti. Ma è anche vero che questo testo – che ha avuto un solo voto contrario alla Camera – dovrebbe avere il nulla-osta del Senato così com’è, di fronte all’alternativa tecnica o questo o nulla, vista l’imminente scadenza della legislatura. Chi vorrebbe che al Senato lo si cambi, per poi rimandarlo alla Camera … forse vuole proprio che non cambi nulla.

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