home  | mail                                                                           Anno VIII, Novembre 2012


 

La competenza civile del tribunale per i minorenni

 

Sommario: 1. Modifiche introdotte dal disegno di legge n. 2805 e sua finalità – 2. Limiti alla discrezionalità del legislatore nella regolazione degli istituti processuali: a) motivi di irragionevolezza del disegno di legge alla luce dell’attuale giurisdizionalizzazione del procedimento civile minorile – 3. (Segue): b) l’irragionevole attribuzione della competenza al giudice ordinario della decadenza della potestà genitoriale e delle azioni ex artt. 250, comma 4, e 269 e segg. cod. civ. – 4. (Segue): c) la irragionevole riduzione applicativa del principio di concentrazione delle tutele – 5. L’irragionevole disciplina dei figli incestuosi – 6. Lacunosità e contraddittorietà del disegno di legge n. 2805 rispetto al precedente disegno di legge n. 3755.

 

1. Modifiche introdotte dal disegno di legge n. 2805 e sua finalità.

La proposta di legge n. 2519 ed abbinate (denominata “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali” e contenente il disegno di legge n. 2805, approvato dal Senato della Repubblica in data 16 maggio 2012) si trova nella fase conclusiva dell’iter parlamentare.

A fronte del giusto riconoscimento della parificazione dei diritti dei figli nati fuori dal matrimonio a quelli dei figli nati dal matrimonio e della conseguente revisione delle disposizioni di carattere sostanziale in materia di filiazione, le variazioni apportate dal Senato della Repubblica (rispetto al testo approvato dalla Camera dei Deputati), hanno introdotto importanti modifiche d’ordine processuale tali da determinare, di fatto, una riforma di ampia portata incidente, non soltanto sulla distribuzione delle competenze in materia di minori e famiglia, ma, anche, sull’assetto ordinamentale in atto preposto alla trattazione di queste delicate materie.

All’articolo 3 del disegno di legge n. 2805 è stata inserita una incongrua e non facilmente intellegibile modifica dell’articolo 38 delle disposizioni di attuazione del codice civile, che intende trasferire al Tribunale ordinario molte materie già attribuite alla competenza del Tribunale per i minorenni[1], nonostante il diffuso riconoscimento della particolare delicatezza di tali materie e della necessità di una risposta di giustizia da parte di un organo specializzato; tale modifica, peraltro, si pone in netta contraddizione con le proposte legislative e le istanze promosse per la creazione di un tribunale per la famiglia (o meglio, per le relazioni familiari ed i minori).

L’argomentazione fondamentale sulla quale poggia la modifica del citato disegno di legge n. 2805 per attribuire la competenza in tema di affidamento dei figli naturali al Tribunale ordinario sta nel confronto tra la posizione dei figli legittimi e quella, ritenuta deteriore, dei figli naturali riconosciuti, volendosi eliminare questa disparità di natura processuale per la quale è individuato un diverso giudice competente a seconda che il figlio sia nato all’interno o al di fuori del matrimonio[2].

2. Limiti alla discrezionalità del legislatore nella regolazione degli istituti processuali: a) motivi di irragionevolezza del disegno di legge alla luce dell’attuale giurisdizionalizzazione del procedimento  civile minorile.

La Corte costituzionale, in numerose pronunce, ha riconosciuto la più ampia discrezionalità al legislatore nella regolazione generale degli istituti processuali, affermando,  tuttavia, che il legislatore è arbitro di dettare le regole di ripartizione della competenza fra i vari organi giurisdizionali, sempreché le medesime regole non risultino manifestamente irragionevoli [3].

Occorre chiedersi, quindi, se sia manifestamente irragionevole l’attribuzione, contenuta nel disegno di legge n. 2805, alla competenza del Tribunale ordinario della disciplina della modulazione della potestà genitoriale prevista dall’articolo 317-bis cod. civ., nonché, in pendenza del giudizio di separazione, dell’adozione dei provvedimenti contemplati dagli articoli 330 e 332 cod. civ., con conseguente drastica riduzione della competenza, in sede civile, del Tribunale per i minorenni [4].

La scelta di riunificare, dinanzi ad un unico giudice, la materia della regolamentazione dei rapporti tra genitori e figli nel caso di disgregazione della famiglia non risolve, tuttavia, l’intrinseca e ragionevole diversificazione della disciplina applicabile, che ha origine nella non coincidenza degli interessi, anche processuali, che sottendono alla domanda giudiziale nel caso di genitori uniti in matrimonio rispetto a quelli dei genitori non coniugati.

Il procedimento di separazione e di divorzio, avendo quale oggetto lo scioglimento degli effetti del matrimonio, è diretto, infatti, a risolvere il vincolo esistente tra gli adulti che lo hanno costituito, mentre tale interesse non sussiste nell’ipotesi di modulazione dell’esercizio della potestà sui figli nel caso di genitori non uniti in matrimonio.

È lo stesso intervento dell'autorità giudiziaria ad atteggiarsi in modo diverso nell’ipotesi di separazione o divorzio dei coniugi ed in quella di affidamento dei figli di genitori non uniti in matrimonio.

Nella prospettata modifica dell’art. 38 delle disposizione di attuazione al codice civile, oltre alla diversità intrinseca delle situazioni sostanziali, come sopra esposto, non è stato considerata la difficoltà nell’individuazione di un unico rito applicabile per il riconoscimento dei diritti dei figli nati nel matrimonio da quelli nati fuori dal matrimonio.

Tale difficoltà non può ritenersi superata con la previsione di trasferire la materia della regolamentazione della potestà genitoriale davanti al giudice ordinario, tanto è vero che, nel disegno di legge in esame per i figli nati fuori dal matrimonio, il giudice ordinario dovrebbe applicare la procedura di cui agli articoli 737 e segg. c.p.c. (rito camerale), che è quella, allo stato, applicata dal giudice minorile, e fondata, ragionevolmente, su differenti regole processuali rispetto al rito applicabile ai coniugi in sede di separazione e divorzio.

Se, da un lato, per la materia di regolamentazione dei principi di responsabilità genitoriale occorrerebbe individuare più precise norme processuali, nonostante lo stato della giurisdizionalizzazione del rito minorile è oggi in una fase di significativa evoluzione in ottemperanza del principio del giusto processo sancito dall’art. 111 della Costituzione, dall’altro lato, il complessivo regime della separazione coniugale è troppo peculiare, non sussistendo un’azione perfettamente simmetrica all’affidamento dei figli naturali prevista dall’art. 317-bis cod. civ., e, comunque, non coincide con l’interesse ad agire (articolo 100 c.p.c.) per la disciplina dei rapporti tra genitori e figli naturali.

Non dovrebbero, inoltre, sottovalutarsi i poteri che l’art. 317-bis c.c. demanda al giudice quando deve statuire sull’affidamento di figli minori naturali, tra cui l’esclusione di entrambi i genitori dall’esercizio della potestà e la possibilità di provvedere alla nomina di un tutore.

Il contenuto e la portata di questi più particolari e penetranti poteri sono ben confacenti al tribunale per i minorenni, nell’ottica della sua specializzazione ex articolo 102 Cost., e valgono, nello stesso tempo, a dimostrare che le lamentate disuguaglianze con la competenza del tribunale ordinario in tema di affidamento dei figli, in sede di separazione o divorzio, non possono dirsi prive di giustificazione razionale, non avendo il giudice ordinario poteri analoghi quando deve decidere sull’affidamento dei figli legittimi.

Peraltro, tale trasferimento di competenze determinerebbe un’inevitabile compromissione della titolarità dell’azione del Pubblico ministero minorile ed  avrebbe ripercussione anche sull’applicazione di alcune regole processuali essenziali, quali quella della competenza territoriale che, nel giudizio di separazione, si radica, per di più, su criteri diversi dalla residenza abituale del minore, con gravi conseguenze per i rapporti coi servizi socio-sanitari e per il diritto all’ascolto del minore.

3. (Segue): b) l’irragionevole attribuzione della competenza al giudice ordinario della decadenza dalla potestà genitoriale e delle azioni ex art. 250, comma 4, e 269 e segg. cod. civ.

Occorre interrogarsi, inoltre, se sia manifestamente irragionevole la previsione contenuta nel disegno di legge n. 2805 di attribuire alla competenza del Tribunale ordinario, in pendenza del giudizio di separazione, l’adozione dei provvedimenti contemplati dagli artt. 330, 332 e 334 cod. civ., e di trasferire la competenza al Tribunale ordinario delle materie di cui agli artt. 269 e segg. e 250, 4° comma, c.c.  nonostante, per un verso, il legislatore, in passato e fino ad oggi, abbia attribuito tali competenze al Tribunale per i minorenni, stante la sua specializzazione e la delicatezza della materia trattata, e, per altro verso, che la giurisprudenza, sia costituzionale che di legittimità, ha sempre avallato tale riparto di competenza [5].

A tal fine, la Corte costituzionale, in ordine all’attribuzione della competenza al Tribunale per i minorenni sui provvedimenti di decadenza e limitazione della potestà dei figli legittimi, ha affermato che: «A conferma delle conclusioni cui la Corte è giunta può infine osservarsi che la divaricazione di competenze tra due diversi organi giudiziari non è del tutto estranea neppure ai figli legittimi. Dalla coordinata lettura degli artt. 330 e 333 cod. civ. e 38 disp. att. cod. civ. emerge che anche per costoro è possibile un intervento del tribunale per i minorenni, qualora il giudizio riguardi la domanda di decadenza dalla potestà genitoriale, essendo apparso opportuno alla discrezionalità del legislatore devolvere la competenza al giudice ritenuto più "specializzato" nella risoluzione di simili delicate questioni. Va pertanto riaffermata la ragionevolezza del sistema nel suo complesso, tale da rendere infondate le lamentate censure di illegittimità costituzionale» [6].

In tema di affidamento di minori e provvedimenti di decadenza della potestà genitoriale, anche la Corte di cassazione ha sottolineato, conformemente alla precedente giurisprudenza di legittimità, che: «poiché il discrimine tra la competenza del tribunale ordinario e quella del tribunale per i minorenni va individuato in riferimento al “petitum” e alla “causa petendi, rientrano nella competenza del Tribunale per i minorenni, ai sensi del combinato disposto degli artt. 330 cod. civ. e 38 disp. att. cod. civ., le domande finalizzate ad ottenere i provvedimenti di decadenza dalla patria potestà, mentre rientrano nella competenza del tribunale ordinario, in sede di separazione personale dei coniugi, le pronunzie di affidamento dei minori che mirino solo ad individuare quale dei due genitori sia più idoneo a prendersi cura del figlio» [7].

Da ultimo, la giurisprudenza di legittimità ha ribadito «l’ontologica difformità dei provvedimenti de potestate di cui si discute da quelli assunti in materia di affidamento dei figli minori, siano essi legittimi o naturali»” [8], così confermando un assetto ordinamentale che, in attesa di un auspicabile riunificazione di tutte le competenze in materia di famiglia e minori dinanzi ad un unico organo giurisdizionale specializzato, riconosca i diritti nel rispetto delle diverse finalità delle singole disposizioni.

Inoltre, la Corte costituzionale, in più di una occasione, ha evidenziato che, con l’attuale formulazione dell’articolo 38 disposizione di attuazione del codice civile, il legislatore, attribuendo al tribunale per i minorenni la competenza sia in ordine alla regolamentazione dell’esercizio della potestà genitoriale (dalla modulazione alla sospensione, fino a giungere alla esclusione e decadenza) che – quando l’azione riguarda minori – in ordine alla dichiarazione giudiziale di paternità, in precedenza spettante al tribunale ordinario, ha indubbiamente inteso esaltare la specificità delle funzioni di detto organo, ritenendolo particolarmente idoneo a valutare le problematiche sottese all’esercizio della potestà genitoriale ed all’accertamento dello status di minore [9], affidando la cognizione delle azioni in esame al Giudice che, per composizione e specificità di competenze, risulta più idoneo a dare risposta alle complesse esigenze del minore.

Tale particolare idoneità del giudice specializzato è data, anche, dal  prezioso apporto dei giudici onorari esperti (assenti presso il tribunale ordinario), rilevandosi, comunque, che eventuali criticità nello svolgimento del ruolo o nella organizzazione dei compiti potrebbero essere opportunamente riviste e regolamentate anche mediante precetti di normazione primaria, anziché con la loro radicale eliminazione dalla composizione del giudice.

4. (Segue): c) la irragionevole riduzione applicativa del principio di concentrazione delle tutele.

Con la frammentazione delle competenze relative alla decadenza dalla potestà genitoriale (articolo 330 cod. civ.), il disegno di legge n. 2805 si pone in contrasto con il principio di effettività e di concentrazione delle tutele sottesi all’articolo 111 Cost., rilevato, per un verso, che l’articolo 317-bis cod. civ. non può considerarsi separatamente dal sistema generale del controllo giudiziario sulla potestà genitoriale, fissato dagli articoli 330 e segg. cod. civ., in quanto i relativi provvedimenti si pongono ad un livello intermedio fra quelli di decadenza e quelli di limitazione della potestà genitoriale, essendo improntati alla medesima ratio [10], e, per altro verso, che un procedimento iniziato per la decadenza dalla potestà può concludersi con l’emanazione di un provvedimento, meno grave, di affidamento del figlio naturale ex articolo 317-bis cod. civ., e, viceversa, dalla semplice richiesta di affidamento del  figlio potrebbe giungersi, nell’ambito del medesimo procedimento, alla decadenza di uno dei genitori naturali dalla potestà.

Ne consegue che, approvando il disegno di legge n. 2805, ove si ravvisino i presupposti per la decadenza o la limitazione della potestà di uno o di entrambi i genitori, il tribunale ordinario, in violazione del principio di concentrazione delle tutele, dovrebbe rimettere gli atti al tribunale per i minorenni, che rimane l’unica autorità giudiziaria a poter pronunciare, in ipotesi di figli naturali, tale provvedimento.

D’altra parte, il tribunale per i minorenni, investito della domanda ex articolo 330 e segg. cod. civ., dovrebbe rimettere, comunque, gli atti al tribunale ordinario per le disposizioni in materia di affidamento ed i provvedimenti conseguenti per il mantenimento del figlio.

Ulteriore violazione del principio di concentrazione delle tutele si avrebbe, comunque, tutte le volte in cui al procedimento di affidamento dei figli naturali ed al procedimento di separazione contenente le disposizioni per i figli legittimi, promosso da uno dei genitori dinanzi al tribunale ordinario, si affianchi un procedimento per la limitazione o decadenza dalla potestà promosso, dinanzi al tribunale per i minorenni, dal P.M. ovvero dai nonni del figlio naturale (si veda l’articolo 336, u.c. cod. civ.).

5. L’irragionevole disciplina dei figli incestuosi.

Infine, riguardo alla ragionevolezza del sistema proposto con le modifiche apportate dal Senato nel disegno di legge n. 2805, non può non considerarsi quella riguardante  l’articolo 251 cod. civ., che, a proposito dell’incondizionato riconoscimento dei figli incestuosi, prevede una autorizzazione del giudice, individuato nel Tribunale per i minorenni, a fronte del trasferimento delle azioni di stato, ivi compresa quella di cui all’articolo 250, quarto comma, cod. civ. (sentenza che tiene luogo del consenso mancante al secondo riconoscimento) al tribunale ordinario.

D’altra parte, la Corte Costituzionale ha previsto che il diritto all’azione per dichiarazione giudiziale di paternità e maternità del figlio incestuoso è riconosciuto a lui solo e, se minore, nel suo esclusivo interesse, al genitore esercente la potestà, ovvero al tutore (o curatore speciale)autorizzato dal Tribunale per i minorenni [11].

Oltre a ciò, la previsione di legge, come proposta nella modifica apportata al Senato, tralascia gli aspetti, di rilevante portata, riguardo alla regolamentazione dei rapporti civili del figlio incestuoso, in quanto incidenti sul suo regolare percorso di sviluppo della personalità (articolo 2 Cost.), ove non considera gli effetti del riconoscimento riguardo all’esercizio della potestà genitoriale che, paradossalmente, anche nelle ricorrenti ipotesi di abuso e violenza intrafamiliare, verrebbe automaticamente attribuita al genitore abusante.

6. Lacunosità e contraddittorietà del disegno di legge n. 2805 rispetto al precedente disegno di legge n. 3755.

Il disegno di legge n. 2805 non apporta alcuna modifica al secondo comma dell’articolo 317-bis cod. civ., nella parte in cui attribuisce, in caso di non convivenza dei genitori naturali che abbiano entrambi effettuato il riconoscimento, l’esercizio della potestà al solo genitore convivente con la prole.

Tale lacuna appare fortemente contraddittoria con quanto previsto dallo stesso Legislatore nel disegno di legge n. 3755 (citato ampiamente come referente dell’odierno disegno di legge n. 2805), in cui la disposizione normativa di cui all’articolo 317-bis cod. civ. era stata definita anacronistica rispetto all’introduzione di un principio generale di favor della condivisione dell’affidamento dei figli anche in caso di separazione personale e, per tale motivo, era stato riformato il contenuto di tale norma, nel senso di prevedere che, nel caso in cui il riconoscimento del figlio naturale fosse stato fatto da entrambi i genitori, l’esercizio della potestà sarebbe spettato congiuntamente ad entrambi, indipendentemente dalla circostanza della loro convivenza, così come richiesto, invece, dall’attuale formulazione della norma [12].

Ne consegue che l’eventuale approvazione del disegno di legge n. 2805, contrariamente a quanto affermato durante i lavori preparatori, non eliminerebbe la diseguaglianza esistente tra figli legittimi e figli naturali, essendo del tutto neutrale a tale scopo il mutamento dell’autorità giudiziaria competente a pronunciarsi sull’affidamento dei figli naturali, rimanendo immutata la disciplina sostanziale da cui trae origine la citata diseguaglianza.

Maria Francesca Pricoco

                                                                                 Presidente del Tribunale per i minorenni di Catania

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(1) Il citato articolo 3 (rubricato «Modifica dell’articolo 38 delle disposizioni per l’attuazione del codice civile e disposizioni a garanzia dei diritti dei figli agli alimenti ed al mantenimento») prevede la sostituzione del vigente articolo 38 disp. att. cod. civ. con il seguente: «Sono di competenza del tribunale per i minorenni  i provvedimenti contemplati dagli articoli 84, 90, 330, 332, 333, 334, 335 e 371, ultimo comma, del codice civile. Per i procedimenti di cui all’art. 333 resta esclusa la competenza del tribunale per i minorenni per l’ipotesi in cui sia in corso, tra le stesse parti, giudizio di separazione o divorzio o giudizio ai sensi dell’articolo 316 del codice civile; in tale ipotesi per tutta la durata del processo la competenza, anche per i provvedimenti contemplati dalle disposizioni richiamate nel primo periodo, spetta al giudice ordinario. Sono emessi dal tribunale ordinario i provvedimenti relativi ai minori per i quali non è espressamente stabilita la competenza di una diversa autorità giudiziaria. Nei procedimenti in materia di affidamento e di mantenimento dei minori si applicano, in quanto compatibile, gli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile  Fermo restando quanto previsto per le azioni di stato, il tribunale competente provvede in ogni caso in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero, e i provvedimenti emessi sono immediatamente esecutivi, salvo che il giudice disponga diversamente. Quando il provvedimento è emesso dal tribunale per i minorenni, il reclamo si propone davanti alla sezione di corte di appello per i minorenni».

(2) In tal senso i lavori preparatori al disegno di legge n. 2805 (si vedano le dichiarazioni del Senatore Berselli, Presidente della Commissione Giustizia del Senato, nel corso della seduta di tale Commissione del 21.3.2012, n. 302, nonché del Senatore Giovanardi nel corso della seduta della Commissione Giustizia del Senato del 3.5.2012, n. 311, secondo cui: «la mancata equiparazione sul piano processuale fra i figli di coppie non sposate e quelli nati nel matrimonio rappresenta una contraddizione grave rispetto alle finalità del disegno di legge»).

(3) Si veda, in tal senso, Corte cost. 30 dicembre 1997, n. 451, in www.cortecostituzionale.it, secondo cui: «È stato costantemente affermato, infatti, che il legislatore - al quale va riconosciuta la più ampia discrezionalità nella regolazione generale degli istituti processuali (v. sentenze n. 295 del 1995 e n. 65 del 1996) - è in particolare arbitro di dettare regole di ripartizione della competenza fra i vari organi giurisdizionali, sempreché le medesime non risultino manifestamente irragionevoli», nonché, da ultimo, Corte cost. 5 marzo 2010, n. 82, ibidem, secondo cui: «Questa Corte, nell’affrontare analoga questione sulla base della precedente normativa, ha affermato che “il legislatore, al quale va riconosciuta, la più ampia discrezionalità nella regolazione generale degli istituti processuali, è in particolare arbitro di dettare regole di ripartizione della competenza fra i vari organi giurisdizionali, sempreché le medesime non risultino manifestamente irragionevoli” (sentenza n. 451 del 1997)».

(4) Un autorevole Autore ha rilevato che il disegno di legge licenziato dal Senato della Repubblica, oltre a discostarsi radicalmente dalla scelta della Camera dei Deputati, che aveva previsto di ampliare alquanto la competenza del T.M., dettando una apposita disciplina processuale in materia di crisi della coppia di fatto con figli, «riduce drasticamente la vigente competenza del T.M. che è assai più estesa (cfr. art. 38 disp. att. c.c. vigente)» (M. SESTA, I disegni di legge in materia di filiazione: dalla diseguaglianza all’unicità dello status, in Famiglia e dir., 2012, 10, 962).

(5) Si veda, in materia di dichiarazione giudiziale di paternità e maternità, Corte cost. 25 maggio 1987 n. 193, in www.cortecostituzionale.it, secondo cui: «La competenza a dichiarare la paternità o la maternità naturale nei confronti di un minore non irragionevolmente è stata attribuita al Tribunale per i minorenni, ove si valutino con essa anche gli altri, più particolari, poteri demandati allo stesso giudice e ben confacenti alla sua specializzazione - ai sensi dell'art. 102 Cost. - che non trovano riscontro in analoghi poteri (e previsioni) quando si tratti di maggiorenni (così, in specie, quelli dell'art. 273, secondo comma, cod. civ., con riguardo alla verifica della validità del consenso del minore per promuovere o proseguire l'azione; dell'art. 277, secondo comma, cod. civ., con riguardo ai provvedimenti concernenti l'istruzione e l'educazione o gli interessi patrimoniali del minore; dell'art. 11, ult. comma, della l. 4 maggio 1983, n. 184, con riguardo ad eventuali rapporti dell'azione per la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità con le procedure di adozione). Sicché nel complesso di tali poteri trae giustificazione la diseguaglianza all'interno della stessa azione di dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale, diretta a giudici diversi a seconda che riguardi maggiorenni o minorenni; mentre non può porsi una diseguaglianza con riguardo ad altre azioni in materia di 'status' demandate al tribunale ordinario, in quanto il confronto coinvolge situazioni non omogenee».

(6) Così, testualmente, Corte cost. 30 dicembre 1997, n. 451, citata.

(7) Così Cass. 24 marzo 2011, n. 6841, secondo cui non influisce su tale ripartizione: «il nuovo disposto dell’art. 155 cod. civ. sull’affido condiviso, giacché l’affidamento della prole in minore età sul quale è competente il tribunale ordinario quale giudice della separazione in base a detto articolo non incide sulla spettanza della potestà ad entrambi i genitori, ma secondo l’espressa disposizione dell’art. 317, comma 2, cod. civ. interferisce soltanto sulle modalità di esercizio della potestà medesima».

(8) Così Cass. 13 settembre 2012, n. 15341, in www.minoriefamiglia.it.

(9) Così Corte cost. 19 giugno 1998, n. 228, in www.cortecostituzionale.it, secondo cui: «Con la modifica dell'art. 38 delle disposizioni di attuazione del codice civile, introdotta dall'art. 68 della legge 4 maggio 1983, n. 184, il legislatore, attribuendo al tribunale per i minorenni - quando l'azione riguardi minori - la competenza in ordine alla dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale, in precedenza spettante al tribunale ordinario, ha indubbiamente inteso esaltare la specificità delle funzioni del detto organo, ritenendolo particolarmente idoneo a valutare le problematiche sottese all'accertamento dello status del minore».

(10) Così Cass., sez. un., 23 ottobre 1986, n. 6220 , in Foro it., 1987, I, 3278, nonché Cass. 3 aprile 2007, n. 8362, in www.affidamentocondiviso.it, secondo cui: «l’art. 317-bis c.c. conferisce al giudice ampi poteri di disciplinare in concreto l’esercizio della potestà nel modo che meglio corrisponde all’interesse del minore».

(11) Si veda Corte cost. 28 novembre 2002, n. 494, in www.cortecostituzionale.it.

(12) Così la Relazione della 2ª Commissione Giustizia del Senato della Repubblica sui disegni di legge n. 1211-1412/A (poi unificati nel disegno di legge n. 3755). In tale disegno di legge, l'articolo 317-bis cod. civ. doveva essere sostituito dal seguente: «Art. 317-bis. – (Esercizio della potestà). – Al genitore che ha riconosciuto il figlio naturale spetta la potestà su di lui. Se il riconoscimento è fatto da entrambi i genitori, l’esercizio della potestà spetta congiuntamente ad entrambi. Si applicano le disposizioni dell’articolo 316. Se i genitori non convivono, si applicano, in quanto compatibili, gli articoli 155 e 156, commi quarto, quinto, sesto e settimo».

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