home  | mail                                                                                                                        Anno I, Settembre 2005


Lettera aperta a Newsonline di Maria Burani Procaccini

E' arrivato in discussione in Aula parlamentare il ddl n. 66 ed abbinati (Disposizioni in materia di separazione dei coniugi e affidamento condiviso dei figli). Si tratta di un testo che con alterne vicende si aggira per il Parlamento da sette-otto anni, discusso ma mai centrato, contrastato ed amato, senza mai il sereno distacco che una materia così delicata, all'interno del diritto di famiglia e strettamente legata al sano e corretto sviluppo psico-fisico dei minori, deve avere.

Ed è proprio nella mia attuale veste di Presidente di una Commissione Parlamentare, che ha tra i suoi compiti istitutivi quello preminente di assicurare nell'"adeguamento della normativa vigente… (vi sia) la rispondenza alla normativa dell'Unione Europea… (e) ai diritti previsti dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989" e ratificata dall'Italia nel '91, che ho avuto il dovere istituzionale di esaminare e contestare il testo del ddl n. 66, pronto per la discussione d'Aula.

E' ovvio che il principio informatore della legge teso a stabilire con forza il diritto dei minori a conservare un paritetico ed equilibrato rapporto continuativo con entrambi i genitori in caso di separazione e/o divorzio di questi ultimi, sia sacrosanto. Altrettanto importante è che si tenga conto ugualmente dei minori tutti, sia legittimi che naturali e che si affermi la necessità per i minori di conservare costanti e sereni rapporti con i parenti più stretti come i nonni.

Ma al di là di una doverosa ed alta declaratoria, poi il minore nel testo in esame scompare per ricomparire marginalmente in maniera del tutto insufficiente ed impropria. Infatti già il termine di "affido condiviso", con i concetti di potestà ed affidamento che implica è ampiamente superato dalla normativa internazionale in cui ormai si parla di "responsabilità genitoriale". Definizione che centralizza la figura del figlio e la rende "preminente". Nel testo in esame invece divengono subito preminenti i genitori che presentano al giudice (nell'udienza presidenziale?) un dettagliato progetto di aree di competenza relative all'educazione ed alla cura dei figli. Non più "padri bancomat" ma padri e madri "di area".

Le aree di competenza secondo il legislatore dovrebbero garantire ai figli piena e completa assistenza ed ai genitori abbattimento della conflittualità. Viceversa è facile prevedere la moltiplicazione dei ricorsi giudiziari sulle varie e molteplici (e sovente imprevedibili) scelte quotidiane, il tutto a detrimento sommo del minore che vedrebbe ad alto rischio il reale soddisfacimento dei suoi bisogni e la relativa salute psicofisica in un rapporto genitoriale in continua ebollizione. Il ddl 66 inoltre lascia vaga ed indefinita la specificazione della residenza abituale del minore che entra a far parte del pacchetto degli accordi economici con l'ambigua scappatoia del "tenendo prioritariamente conto dell'interesse dei figli", ma tale interesse è materia d'accordo tra i genitori senza che il figlio possa far sentire la sua voce direttamente o attraverso un curatore del minore che ne tuteli gli interessi in una situazione di conflitto con gli interessi dei genitori. Casa, non dimentichiamolo, vuol dire residenza, plesso scolastico, Asl, in quale stato di famiglia il figlio verrà iscritto, quale genitore percepirà gli assegni familiari. In una parola vuol dire stabilità psico-fisica fondamentale nell'età evolutiva.

Finisco sottolineando la grave mancanza nella legge dell'ascolto del minore, rimesse dal ddl 66 alla discrezionalità del giudice in una sorta di accertamento istruttorio così come imbastito nell'articolo 155 sexies. Il minore non può essere solo considerato fonte di prova, proiettile vagante indirizzato da un genitore contro l'altro. Non solo le convenzioni internazionali come la Convenzione di Strasburgo, resa esecutiva in Italia dalla legge 77 del 2003, ma dalla stessa giurisprudenza italiana (sentenza 1/2002 della Corte Costituzionale) hanno sottolineato l'obbligo dell'ascolto del minore in quanto vera e propria parte nei processi che lo riguardano.

Non scendo sui lati procedurali, sull'assurdità delle norme pregresse che il disegno di legge in esame reca al suo interno rendendolo di difficile e contraddittoria applicazione e non positivo per alcuna delle parti in causa nel difficile e doloroso momento della disgregazione familiare. Altri devono farlo per principio di responsabilità giuridica e politica. Mio compito come presidente della Commissione Bicamerale per l'Infanzia è sottolineare che nel testo attuale non si tiene affatto conto del "superiore interesse del fanciullo".

Maria Burani Procaccini
presidente della Commissione bicamerale per l'infanzia
18 marzo 2005

 

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